8 aprile 1990, uno scudetto che costò solo cento lire

Ai più giovani sembrerà strano, ma solo vent’anni fa (un soffio, in termini di Storia dell’umanità) il Napoli diventava campione d’Italia. Lo diventava per la seconda volta in quattro anni, dopo essere stato secondo e terzo a dimostrazione di un’egemonia oggi difficile da immaginare. Due anni prima aveva gettato via lo scudetto, dilapidando un vantaggio enorme per ragioni ancora oggi in parte oscure, a favore del Milan di Sacchi che avrebbe costruito su quell’unico campionato ricevuto in regalo la propria fortuna, andando a vincere coppe dei campioni e intercontinentali.
Il secondo scudetto, lo dico a beneficio dei ragazzi che non possono ricordare, per molti versi fu più divertente e “napoletano” dell’altro, perché ormai sembrava perduto e invece lo riprendemmo per i capelli; quali capelli? Quelli ricci e biondi di un centrocampista centrale brasiliano che oggi ci servirebbe come il pane, Ricardo Rogerio Brito detto Alemao, “il tedesco”, proprio perché biondo e forte fisicamente come i germanici sono nella fantasia popolare. Come andò? Andò che verso la fine di Atalanta–Napoli, uno zero a zero che gli azzurri, sotto di un punto rispetto al Milan lanciato verso il titolo, non avevano la forza di schiodare, una moneta da cento lire (per i giovanissimi un controvalore di circa 5 centesimi di euro, all’epoca rappresentati da un pretenzioso disco di metallo luccicante grosso quanto due euro attuali) partì dagli spalti: nell’intento nobile del lanciatore, essa doveva dimostrare il disprezzo settentrionale e la conseguente elemosina al calciatore infortunato a bordo campo che tardava a rialzarsi; nella realtà invece lo colpì sulla cervice, causando danni di infinitesima entità ma di incalcolabile valore successivo. Era l’8 aprile del 1990.
Alemao fu soccorso da Salvatore Carmando, non un uomo ma una leggenda. Carmando vide e in un lampo capì: valutò sia il presente che il futuro, e con mano ferma costrinse il brasiliano al suolo, mormorandogli “stai a terra, non ti muovere” come risulta dal labiale intercettato dalle allora inutili telecamere. Risultato, due a zero a tavolino e triangolino tricolore sulle maglie azzurre. Di nuovo. Ora, si potrebbe chiedere: per quale motivo si definisce, all’inizio di questo articolo, “più divertente e napoletano” il secondo scudetto del Napoli? Anzitutto per il modo, simpaticamente truffaldino ma solo in apparenza; se è vero infatti che l’entità dell’infortunio fu amplificata dalla recitazione congiunta del duo cabarettistico Carmando&Alemao, è anche vero che la moneta era stata lanciata, col becero e ottuso disprezzo dell’ignorante bergamasco che tuttora verifichiamo anche in parlamento verso il meridionale piagnone e derelitto. Altra cosa che si ritiene divertente è che a perdere il titolo fu un’altra squadra del nord, lontana solo pochi chilometri dall’idiota lanciatore forse di essa addirittura simpatizzante. Infine fu esaltante vincere non meritando, dopo aver tanto perso non meritando.
Un’ultima considerazione di carattere economico–finanziario: ad onta delle pianificazioni e degli investimenti, dei laboratori e degli studi di settore, del marketing e delle spartizioni di diritti televisivi, dei diritti di immagine e degli sponsor, l’ultimo dei (pochi) trionfi azzurri costò solo cento lire. E anche prestate da un terzo, che non le ha mai reclamate indietro. Se non è un affare questo…
Maurizio de Giovanni

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