Non esiste più la vecchiaia di un giocatore, o almeno non è legata all’età: guardate Modric (El Paìs)
"Non è l'unico esempio. Cristiano Ronaldo e Zlatan Ibrahimovic, ognuno nel proprio contesto, hanno prolungato le loro carriere d'élite oltre quanto i tradizionali manuali di usura fisica dettassero"

Mg Milano 28/09/2025 - campionato di calcio serie A / Milan-Napoli / foto Matteo Gribaudi/Image Sport nella foto: Luka Modric
L’ageismo è una discriminazione basata sull’età. Consiste nell’escludere o trattare sfavorevolmente persone perfettamente in grado di svolgere un lavoro semplicemente perché hanno raggiunto una certa età. È un pregiudizio che presuppone che raggiungere una certa età equivalga automaticamente a perdere competenza. In molti settori, questa idea è inaccettabile. Non nel calcio. Per anni – scrive El Paìs – alcuni club hanno applicato politiche non scritte che funzionano più o meno così: dopo una certa età – 32, 33 o 34 anni – i rinnovi contrattuali diventano impossibili o improbabili. Non importa molto se il giocatore sta ancora giocando bene, se è titolare fisso o se la sua influenza sul gioco è decisiva. La data di nascita inizia ad avere più peso delle prestazioni. L’ageismo nel calcio non assume sempre forme esplicite. Di solito non viene annunciato come politica ufficiale. Viene presentato come “pianificazione”, “transizione generazionale” o “nuovo ciclo”.
L’età non ha più senso per decidere se un giocatore è vecchio o no: guardate Modric (El Paìs)
Tutta questa premessa per arrivare a parlare di Luka Modric. La stampa spagnola di tanto in tanto torna a rinfacciare al Real il fatto che lo abbiano mandato via per raggiunti limiti di età. Ovviamente in Italia domina.
“Minuti giocati, assist, leadership, consapevolezza tattica: il suo talento rimane intatto. Se il calcio fosse un esperimento empirico, il risultato sarebbe chiaro”, continua El Paìs. “Non è l’unico esempio. Cristiano Ronaldo e Zlatan Ibrahimovic, ognuno nel proprio contesto, hanno prolungato le loro carriere d’élite oltre quanto i tradizionali manuali di usura fisica dettassero. Ed è qui che sta il paradosso. Viviamo nell’era dei Big Data e dell’intelligenza artificiale applicata allo sport. I club misurano assolutamente tutto: distanza percorsa, accelerazioni, sprint, carico interno, recupero muscolare, impatto in fase offensiva e difensiva, partecipazione al gioco e efficacia decisionale.
Gli algoritmi consentono loro di prevedere l’evoluzione fisica di ciascun giocatore e di adattare i carichi di lavoro con una precisione pressoché perfetta. In altre parole, la previsione delle prestazioni non si basa sull’intuizione, ma su un insieme di dati verificabili. Ma se così fosse, se le prestazioni possono essere misurate individualmente, che senso ha applicare un criterio automatico basato sull’età? Per decenni, l’età è stata un indicatore approssimativo del declino fisico. Era una scorciatoia ragionevole quando non esistevano strumenti più precisi. Oggi, quella scorciatoia è, come minimo, dubbia e, in molti casi, controintuitiva” […]











