“Saviano chi?”, Marotta e l’esercizio del potere: sette minuti scarsi in cui ricorda chi è il capo del calcio italiano
La sua è la grammatica del padrone indiscusso, di chi non ha bisogno di sbattersi troppo: gli basta giocare con le pedine. Sacrifica l'agnello Chivu, e poi liquida Chiellini: "E' giovane e inesperto"

Db Riad (Arabia Saudita) 02/01/2025 - Supercoppa Italiana / Inter-Atalanta / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Ezio Simonelli-Giuseppe Marotta
Beppe Marotta e l’esercizio del potere. Che non ha bisogno di grisaglia, clamore, una luce in più del necessario. Il potere vero è liquidazione dell’altrui ambizione, ma anche distacco ostentato. Come a definire nella distanza la propria vera misura del mondo. E così Marotta, nel pieno d’una bufera che solo di sponda (e con toni sempre cautamente affettati, levigati) lo chiama in causa, ridimensiona Roberto Saviano con un terribile “non so neanche chi sia Saviano, né che ruolo abbia”. È una scomposizione in fattori quasi matematica, riguarda la postura stessa che il presidente dell’Inter assume, in funzione della controparte: non è dando valore ai contendenti che si usa l’autorità, semmai il contrario.
“Non voglio dargli importanza, ha fatto dichiarazioni che saranno all’attenzione dei nostri avvocati”, risponde a Saviano che lo aveva accusato – più o meno – di essere il male del calcio italiano di oggi: «Finché quest’uomo avrà un ruolo nel calcio italiano, tutti avranno la sensazione che i campionati siano falsati», aveva scritto su Facebook dopo la catastrofica simulazione di Bastoni e susseguenti polemiche.
“Ci penseranno gli avvocati” è una specie di esperanto del potere italiano. Una formula a scatto fisso che traduce da sempre – Marotta la ripete per pigrizia, come chiunque altro se li possa permettere, gli avvocati al plurale – una minaccia legale con la tracotanza di chi si sente il padrone e vuole che si sappia. Ma anche la boria di chi ha altro di cui occuparsi, ‘ste polemicucce di piccolo cabotaggio le lasciamo a quelli che ancora si sfogano su Facebook. Capite bene che non è disprezzo, quello di Marotta per Saviano: è una manifestazione di alterigia istituzionale. Una sfida.
Marotta in conferenza: “Bastoni ha sbagliato, ma gogna mediatica eccessiva. Nel 2021 Juve aiutata da una simulazione di Cuadrado con 60-70 milioni in più, l’anno scorso noi penalizzati dall’errore con la Roma. Chiellini? Inesperto. Saviano? Non so chi sia” pic.twitter.com/cKgSwOJRrT
— Antonello Gioia (@antonello_gioia) February 16, 2026
Certo che, nella sgradevolezza del contesto, Marotta non ha nemmeno timore di aggiungere antipatia ad antipatia. Saviano non è un qualunque commentatore sportivo che ti rinfaccia cose da uno studio tv. Ha una storia personale e un’esposizione mediatica che imporrebbero un diverso galateo. E’ pur sempre uno che di querele ha una certa esperienza “apicale” (Meloni e, vabbé… Salvini) e che la grammatica mafiosa la mastica da sempre.
“Saviano chi?” è uno scarto di cattivo gusto. Ma è una dichiarazione che va pesata. Guardate un attimo come ha agito, Marotta, nell’infuocato post-Inter per affrontare il caso Bastoni. Ha ovviamente impedito al giocatore di parlare pubblicamente (o, almeno, non ce lo ha spedito lui: mettiamola così). Ma poi ha scelto di “sacrificare” padre-Chivu. Uno che si era costruito in questi mesi di campionato la fama di moralizzatore chierichetto, e che non più tardi di qualche giorno fa – vedi alle volte il karma – aveva tenuto una lectio magistralis sulla correttezza, sfidando i colleghi a lamentarsi anche quando gli errori gli erano favorevoli. Lo manda in pasto ai microfoni a difendere Bastoni, anzi peggio: a dire cose tipo “Kalulu quella mano non la deve mettere”. Chivu viene di colpo ridimensionato (facendo una figura barbina per non dire altro), e tutto a uso e consumo suo, di Marotta. Perché quello è un assist: consente a sua Presidenza di intervenire al grado successivo, e di posizionarsi come padrone assoluto – anche etico – dell’Inter e del calcio italiano. “Bastoni ha sbagliato”, concede. Con il sottotesto palese: io sono sentenza, lo dico io chi sbaglia e chi no. Marotta è Cassazione.
E con la stessa nonchalance istituzionale riduce il Chiellini furioso di sabato sera ad apprendista un po’ naif dei giochi di potere: “E’ stato un mio giocatore. È un dirigente giovane e inesperto”. Siamo dalle parti di “so’ ragazzi”, insomma. E come tali sta facendo passare tutti, noi compresi.
Marotta parla e agisce come l’unico adulto nella stanza. Perché, in effetti, il Palazzo è casa sua.











