Conte ha parlato da leader politico, da condottiero. Senza di lui, il Napoli sarebbe naufragato

Nel momento di maggiore difficoltà, Conte va in tv ed esibisce il senso di appartenenza alla società. È un segnale potente lanciato sia all’esterno che all’ambiente Napoli.

Conte Ugolini Napoli

As Roma 30/11/2025 - campionato di calcio serie A / Roma-Napoli / foto Antonello Sammarco/Image Sport nella foto: Antonio Conte

Antonio Conte è il Napoli. Lo rappresenta. Lo incarna. Stasera, al termine di Napoli-Fiorentina, il tecnico ha parlato da leader politico. Da condottiero della squadra e del club. Come al solito, ha attirato tutte le attenzioni su di sé. Ha difeso i calciatori. Ha attaccato il sistema calcio, sia per quel che riguarda i calendari, e quindi le troppe partite. Sia per l’assurda regola che ha portato al blocco del mercato del Napoli a gennaio. Conte ha alzato i toni senza alzare la voce. In pochi minuti ha toccato più argomenti sensibili. Ha una capacità che è tipica dei leader, quella di dettare l’agenda. Non a caso, è lui a monopolizzare le pagine sportive dei quotidiani del Nord. Lo detestano, lo temono e al fondo lo invidiano al Napoli. Avere Conte è sinonimo di garanzia che sarà fatto sempre, in ogni istante, tutto il possibile per ottenere il massimo e ambire alla vittoria.

Il Napoli è uscito dalla Champions, ha giocato una pessima Champions. Ma a questo punto della stagione, costretto a convivere con un numero da record di infortunati (tanti gli infortuni di lungo corso), il Napoli ha messo in bacheca una Supercoppa ed è terzo in campionato. In pochi mesi, il tecnico ha cambiato più volte abito alla squadra. Dopo l’infortunio di De Bruyne e il tracollo di Bologna, ha liberato Neres che è diventato per un mese in mezzo l’uomo copertina del Napoli. Anche Neres è poi finito sotto i ferri (non stiamo in questo spazio a indagare di chi siano le responsabilità di averlo rispedito in campo dopo il primo stop). Conte non si è perso d’animo: ha estratto dal cilindro Vergara. Che questa sera Costacurta, negli studi di Sky Sport, ha definito un giocatore trasformato rispetto a quello che soltanto l’anno scorso lui osservava nella Reggiana. «Non rincorreva così gli avversari, non aveva questa personalità». Oggi, è un uomo vetrina addirittura del calcio italiano. Qualche merito il signore in panchina ce l’avrà. Lavorare con Conte ti cambia la vita e la carriera.

Il Napoli post terzo scudetto si dissolse tra incomprensioni, malumori, valzer di allenatori, spogliatoio che non seguiva nessuno, calciatori che andavano in ordine sparso. Il post quarto scudetto, invece, nonostante le intemperie è lì che continua a lottare nelle posizioni di vertice. E il motivo principale per cui questa squadra non è naufragata di fronte a un numero impressionante di avversità (tra cui anche il blocco del mercato a gennaio), è la presenza in panchina di Antonio Conte. Quasi tutti gli altri allenatori avrebbero perso il controllo, si sarebbero lasciati travolgere dagli eventi. Conte no. Sta lì sulla nave, utilizzando la metafora da lui fornita qualche settimana fa. In mezzo al mare in tempesta. E il Napoli regge. Non molla mai. Vanno ricordati anche gli investimenti sbagliati effettuati in estate (Beukema nemmeno stasera è entrato, senza Rrahmani e senza più Di Lorenzo; Lang e Lucca sono già andati via). Tra errori, infortuni, disgrazie, qualche decisione arbitrale non proprio felice, il Napoli è lassù, e continua a essere detestato come si conviene alle squadre realmente forti. E ai club temuti.

Nel momento di maggiore difficoltà, Conte va in tv ed esibisce il senso di appartenenza alla società. Difende il club parlando da leader politico. È un segnale potente lanciato sia all’esterno che all’ambiente Napoli.

Fondatore del Napolista, ha scoperto di sentirsi allergico alla faziosità. Sogna di condurre il Bollettino del mare di Radio Rai. E di girare - da regista - un porno intitolato “La costruzione da dietro”. Si è convertito alla famiglia: ha una moglie, due figli, un cane. E tre racchette, ovviamente da tennis.

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