I 90 anni di Dan Peterson: «Nel basket è l’anticipo sugli altri che ti fa vincere, devi “vedere” il gioco»
L'intervista a Repubblica: «Lo spot con Nanni Loy regista arrivò davvero a tutti, voleva sfruttare quello che potessi dare. La battuta “una miscela di 20 tipi diversi di tè tutti affiatati” è mia».

Db Milano 29/03/2022 - basket Eurolega / AX Armani Exchange Olimpia Milano-Fc Bayern Munich / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: pallone
L’intervista di Repubblica a Dan Peterson , ex coach di basket, che tra una settimana compirà 90 anni.
L’intervista a Dan Peterson
Un trionfo:
«Se il basket arriva al 5% delle persone, solo agli appassionati, quella pubblicità arrivò davvero a tutti. Mi colpì il lavoro che c’è dietro uno spot di meno di un minuto. Il regista era Nanni Loy. Mi avevano chiesto di rivoluzionare il pubblico tradizionale del tè, di solito composto da donne, ammalati, anziani. Volevano arrivare a un pubblico di uomini sportivi e giovani. Nanni Loy era un genio, a livello di Giorgio Armani. Non voleva prendere Peterson e cambiarlo, ma sfruttare quello che Peterson poteva dare. La battuta “per me numero uno” è mia. “Una miscela di 20 tipi diversi di tè tutti affiatati come una squadra vincente” anche. Come si dice oggi, quello spot spaccò. Ebbi carta bianca. Fu un grande lavoro di team. Come è sempre piaciuto a me.»
La sua vita prese una piega inaspettata:
«Fondamentalmente sono rimasto un coach. Di basket e di altre cose. Ancora oggi, a 90 anni, scrivo, partecipo a convegni, parlo di team building, tengo allenata la mente, la mia e quella delle persone che mi ascoltano. Parlo di come si costruisce una mentalità vincente.»
Come ha costruito quella della sua Olimpia degli anni d’oro?
«Lavorando, questo è facile da dire. Un esempio: avevo portato dall’America un nuovo tipo di allenamento. Mettevo quattro sedie ai quattro angoli del campo e i giocatori dovevano correre da una all’altra per 45 minuti. Terribile, sì. Dopo il Grande Slam lasciai l’Olimpia nel 1987, Bob McAdoo restò invece anche gli anni successivi, però nell’88 lo scudetto non arrivò. E quando mi capitò di parlargli, lui mi disse: “Coach, sa perché non abbiamo vinto il campionato? Perché non facevamo più le sedie”. Io adoravo i miei giocatori. Loro forse mi hanno odiato in certi momenti. Ma c’è sempre stato uno scambio, un dare e avere reciproco. Il basket non è un gioco semplice, anche se lo sembra: devi mettere la palla nel cesto, punto. Per arrivare a farlo devi costruire un gioco, spostare il pallone da un lato all’altro del campo, disegnare qualcosa prima nella tua testa e poi insegnarla ai tuoi giocatori. Devi “vedere” il gioco. Chi lo vede meglio e prima vince. In campo e in panchina. È l’anticipo sugli altri che ti fa vincere.»
Suo padre la voleva avvocato:
«I miei genitori si erano sposati nel 1930, l’anno dopo la spaventosa crisi del ’29. Cercavano la stabilità, un lavoro sicuro. Mio padre era tenente di polizia, mia madre disegnava, era un’artista. Capirono la mia inclinazione per lo studio, dovettero fare enormi sacrifici per farmi studiare. Avevamo sul mobile all’ingresso di casa un barattolo di vetro per lasciare lì dentro i centesimi di dollaro. Era un modo per ricordarci di non sprecare niente, che quello che non sprechi, se lo accumuli, può diventare un patrimonio. Però poi mi sono innamorato del basket a 14 anni. Sono stato playmaker, ma a livello bassissimo. Però giocavo tanto nei campionati scolastici. E giocando, mi è venuta la passione di allenare.»
Fondamentale, nella sua carriera, è stata la parentesi da ct del Cile, dal 1971 al 1973. Che ricordi ha di quel Paese?
«Un’esperienza meravigliosa e forse, se non ci fosse stato il golpe di Pinochet, sarei lì ancora adesso. Ero molto innamorato del Cile, della federazione, della squadra, dei giocatori. Ci ero arrivato anche come volontario del corpo di pace voluto da John Kennedy. Con la morte di Allende e la salita al potere di Pinochet però l’aria cambiò. E mi arrivò contemporaneamente un’offerta da Bologna. Però ricordo le Ande. La nostra casa a Santiago era all’ultima fermata di autobus prima della periferia. E dal mio balcone vedevo da una parte il mare, dall’altra queste montagne infinite. Non ho visto Portillo, la Cortina del Sudamerica, ma sono arrivato fino a Punta Arenas, la città più a sud del mondo, tra i ghiacci, e poi più a nord, nel deserto di Atacama, il luogo più secco del Sudamerica. Un Paese incredibile.»
Come festeggerà i suoi 90 anni?
«La mattina sarò al Cinema Arlecchino di Milano per la proiezione del docu-film su di me, “Per sempre numero uno”. Poi andrò a cena con i miei amici. La cosa bella è condividere il compleanno con quello dell’Olimpia, fondata il 9 gennaio 1936. Se non è destino questo? E poi ricordo che quando vedevo una persona compiere 90 anni pensavo “che bel traguardo”, mi faceva impressione. Montanelli ha superato i 90, Missoni ha superato i 90. Ora tocca a me. Me ne sento molti di meno, diciamo 55. Ma poi è solo un numero. Detto da uno che si è occupato di numeri, punteggi, statistiche tutta la vita, forse fa impressione. Ma è solo un numero davvero».











