Pino Daniele, un film a metà (stroncato da mia figlia)
Il pregio di "Je so' pazzo" è che non è agiografico ma non emerge la complessità dell’uomo e le radici profonde della sua produzione poetica

A photo taken on October 23, 2013 shows Italian singer-composer Pino Daniele giving a concert in Naples. Daniele died early on January 5, 2015 at the age of 59. AFP PHOTO / MARIO LAPORTA (Photo by MARIO LAPORTA / AFP)
“Ma se tu non conoscessi Pino Daniele, dopo aver visto questo film ti interesseresti alla sua musica?”. Firenze, esterno sera, uscendo dal cinema faccio questa domanda a mia figlia, 15 anni. Siamo andati insieme a vedere “Je so pazzo”, il film di Nicola Prosatore sull’infanzia e sull’ascesa musicale di quello che poi sarebbe diventato (anche) il “Mascalzone latino”. Le canzoni di Pino Daniele lei le ha ascoltate fin da bambina – impazziva per Yes I know my way nella versione live di Sciò – e poi c’è Massimiliano Caiazzo, il protagonista di “Mare fuori”, trasformato dal personaggio, ma c’è.
Premessa: al cinema ci sono andato con il timore di trovarmi di fronte – come già successo qualche volta nel recente passato tra docufilm e concerti omaggio – a un’operazione superficiale di racconto della vita e della produzione di un artista che proprio come Napoli è “mille culure”. Ci sono mille Pino Daniele che diventano uno. O, se vogliamo, pirandellianamente nessuno. Concentrarsi su questo o quello aspetto, senza affrontare la complessità dell’uomo e le radici profonde della sua produzione poetica, può essere molto rischioso.

Pino Daniele, Napoli e l’influenza delle “zie”
“Je so pazzo” ha l’intento, dichiarato dallo stesso regista, di “non raccontare il mito, ma quello che c’è dietro il mito: la storia del ragazzotto Pinotto che diventa Pino Daniele”. Prosatore tenta di indagare il rapporto (conflittuale, ma non così tanto da arrivare alla rottura) tra Pino e un padre che si arrabatta tra lavoretti al porto e gioco d’azzardo. Ma lo fa a metà. Tenta di descrivere l’influenza di quelle che Pino chiama zie e che in realtà sono due donne benestanti da cui la madre va a fare le pulizie: all’età di 5 anni viene affidato a loro e a lungo sono la sua vera famiglia, quella che gli paga gli studi e gli compra la prima chitarra; ma anche qui il film si ferma a metà. Ci sono poi i fratelli (viene utilizzato l’espediente narrativo della visita in carcere, ma Carmine, ‘o Giò, non è mai stato detenuto), l’amicizia con Rosario Jermano (fu lui il tramite per il primo contratto con la Emi, ma il “tradimento” per far subentrare Tony Esposito e Tullio De Piscopo raccontato nel film è molto romanzato per ammissione dello stesso percussionista), il matrimonio con Dorina, la “corista del Vomero”, il grande amore, che poi diventa moglie e mamma insoddisfatta di un artista egocentrico sempre in giro per concerti. Ma anche il racconto di queste relazioni si ferma a metà.
Per non parlare poi del rapporto con Napoli, la sua città, la sua vera musa ispiratrice, croce e delizia: come fa notare Pietro Perone, autore di una biografia indispensabile per conoscere a fondo il musicista-poeta cresciuto tra il porto e Santa Maria la Nova, “Pino era un combattente per la giustizia sociale. Con una musica impareggiabile e versi eterni aveva strappato la cartolina della sua città, dando voce agli ultimi: Fortunato, i femminielli, gli scaricatori del porto, i parcheggiatori abusivi, le prostitute. Un’umanità che nessuno voleva vedere, tantomeno ascoltare. Senza le lotte della Napoli degli anni Settanta, i cortei dei disoccupati, il sottoproletariato dei vicoli e delle periferie ancora rurali, senza Napoli Centrale di James Senese che cantava Campagna, il Pino Daniele che abbiamo conosciuto non sarebbe esistito”. E anche su questo aspetto “Je so pazzo” si ferma a metà: un film a metà sul “nero a metà”.
Qualche pregio però ce l’ha: quello di aver evitato il racconto agiografico che pur aveva contraddistinto altre operazioni su Pino Daniele e quello di aver dato spazio alla musica (Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera ha scritto che sono proprio le canzoni a risolvere alcune debolezze della sceneggiatura). Ma forse è poco, forse c’è bisogno che passi ancora un po’ di tempo prima di comprendere la grandezza di una voce – scomparsa troppo presto – che ancora attraversa generazioni, strati sociali e perfino confini geografici. Per la cronaca, la risposta di mia figlia alla domanda è stata: “No, se non lo conoscessi, non sarei incuriosita dalla sua musica. Così mi è parso un personaggio poco interessante”.