Sette anni dopo il colpo alla nuca: la svolta sull’omicidio Diabolik, il capo ultrà della Lazio
Sette arresti e due indagati nell'inchiesta sulla morte di Fabrizio Piscitelli, il narcotrafficante e leader degli Irriducibili ucciso nel 2019. Al centro, ancora una volta, un nome noto della criminalità romana.

A banner of Lazio's ultras group Irriducibili in honour of their former leader Fabrizio Piscitelli known as Diabolik killed in a Rome park weeks ago. Serie A match AS Roma v SS Lazio at the Olimpico Stadium in Rome, Italy on September 1, 2019 (Photo by Matteo Ciambelli/NurPhoto) (Photo by Matteo Ciambelli / NurPhoto / NurPhoto via AFP)
Sull’omicidio Diabolik il cerchio, secondo gli inquirenti, si è chiuso. A sette anni dal colpo alla nuca sparato il 7 agosto 2019 al Parco degli Acquedotti di Roma — quando un killer travestito da runner si avvicinò alla panchina su cui sedeva Fabrizio Piscitelli e lo uccise — è arrivata una svolta: sette arresti (più due persone indagate) nell’operazione “Roma Diabolika”, condotta dai carabinieri del Nucleo Investigativo e dagli agenti della Squadra Mobile per la procura, con il pm Francesco Cascini.
Piscitelli, alias Diabolik, era il più noto dei narcotrafficanti romani e il capo degli ultrà della Lazio: come avevamo raccontato fin dai giorni della sua morte, una figura a cavallo tra la curva e la malavita della Capitale.
Omicidio Diabolik: chi sono gli arrestati
Al centro dell’inchiesta, secondo l’accusa, torna Michele Senese, il boss di Afragola trapiantato a Roma, arrestato ancora una volta. Con lui sono finiti in manette, tra gli altri, Leandro Bennato e Alessandro Capriotti, accusati — insieme a Giuseppe Molisso (non arrestato) e allo stesso Senese — di aver dato il mandato per eliminare Piscitelli. In carcere anche il boss albanese Elvis Demce ed Emanuele Vargiu, che secondo gli investigatori progettavano la vendetta. Va ricordato, trattandosi di indagati e arrestati, che vale per tutti la presunzione d’innocenza fino a eventuale condanna definitiva.
La “scusa” e le ragioni profonde
Dietro l’esecuzione, per gli inquirenti, ci sarebbe un pretesto immediato: due uomini avevano sparato alle finestre di Capriotti, che non aveva saldato 400 mila euro di cocaina ad alcuni albanesi vicini al Diablo. Ma il delitto avrebbe radici più profonde: la crescita di Diabolik, la concorrenza con il gruppo di Bennato e Molisso e una “mania di grandezza” che — sempre secondo la ricostruzione dell’accusa — lo aveva portato a concedere solo poche briciole (2.000 euro al mese) alla famiglia che lo aveva cresciuto e protetto, i Senese.
Dagli anni ’90 al delitto: la parabola di Diabolik
La storia, ricostruita negli atti, comincia negli anni ’90 nel quartiere Tuscolano, dove Piscitelli cresce nell’orbita dei Senese. Col tempo si allarga: fonda una batteria a Ponte Milvio con gli albanesi, entra nei grandi accordi per l’importazione di cocaina, decide “pax” criminali. Ma qualcosa si rompe: Diabolik viene progressivamente estromesso da alcuni affari, il clima si fa teso. C’è chi, come riferito, aveva provato ad avvertirlo — “questo ti fa ammazzare, Fabrì” — senza che lui cambiasse rotta. I nemici, invece, aumentano. Fino all’agguato del 2019. Quanto all’esecutore materiale, secondo i pm sarebbe stato Raul Esteban Calderon, poi però assolto dalla Corte d’Appello.
La sete di vendetta e la ricerca della verità
Il dopo-Diabolik è fatto di rappresaglie: un agguato non riuscito a Bennato, un’esecuzione fallita di Molisso. Una spirale che questa inchiesta prova a ricomporre, un pezzo della cronaca criminale della Capitale degli ultimi vent’anni. Come avevamo già scritto, attorno a quella morte si erano mossi albanesi e ultras pronti a vendicare il capo. Sullo sfondo resta la richiesta di verità dei familiari, riassunta nelle parole della sorella di Piscitelli: “Finché non ci sarà la verità, non mi darò pace”.