Noah: “Per vincere devi essere una persona orribile”
L'Intervista al Telegraph: "Oggi è più facile parlare di crolli psicologici. Per vincere, devi imparare l'egoismo. Per uscirne sono andato in terapia. Fui fregato da una donna"

Yannik Noah, Captain of the French Davis Cup team (R) and his Israeli counterpart Shlomo Glickstein (L) stand next to each others during the draw ceremony in Tel Aviv 24 September, for tomorrows Davis Cup tie between the two countries. (Photo by SVEN NACKSTRAND / AFP)
“Oggi è più facile parlare di crolli psicologici. Ai miei tempi non se ne parlava. Volevo smettere di giocare a tennis, allontanarmi da tutta quell’attenzione. Le persone intorno a me non capivano cosa mi stesse succedendo e ci ho messo un po’ a capirlo. A volte ci si può trovare in situazioni in cui non ci si rende nemmeno conto di quanto sia fragile la vita, perché si è circondati da tutto ciò che luccica”. Yannick Noah era appena diventato il primo giocatore francese a sollevare la Coppa dei Moschettieri dopo 37 anni, al Roland Garros. E voleva smettere di giocare. “Pensavo davvero – senza riuscire a esprimerlo a parole – che vincere quel titolo mi avrebbe portato la felicità assoluta. Ma svegliandomi un paio di giorni dopo, mi sono reso conto che la vita non era cambiata affatto, se non per il fatto che mi trovavo nel mezzo di una tempesta, con un’attenzione costante. Mi era stata tolta parte della mia libertà. Non ero affatto preparato”.
Noah ha vinto il Roland Garros nel 1983, ha sposato una supermodella e ha venduto oltre quattro milioni di dischi come artista. Ha fatto una vita da film. Ma le sue interviste – sempre originalissime e coerenti con il personaggio – tradiscono una verità sottostante. “Tutti pensavano che fossi l’uomo più felice del mondo – dice al Telegraph – È stato davvero difficile sentirsi soli in mezzo a tanta, meravigliosa attenzione, perché le persone erano davvero gentili. Ma non sognavo la fama. Sognavo di giocare bene e non mi aspettavo tutto questo affetto”.
La donna che fregava le star
Soprattutto Noah negli anni 80 divenne facile preda di approfittatori e truffatori. Per esempio, ha raccontato – lui, un seduttore irresistibile – di essersi fatto fregare da una donna. Tale Whitney Walton, che creò un alter ego – quello di una bellissima modella bionda di nome Miranda Grosvenor – e si insinuò nella vita di musicisti, attori e produttori cinematografici. Art Garfunkel cercò di portarla in vacanza in Svizzera. Billy Joel le inviò un Rolex tempestato di diamanti. E ci cascò anche l’altra affascinante stella del tennis degli anni ’70, Vitas Gerulaitis.
Noah nell’intervista racconta che all’inizio della carriera, “quando mi sono trasferito a Nizza, c’era questa ragazza – la più bella del club, tutti le stavano intorno – e io giocavo sperando che mi notasse. Ma ero così timido. Più tardi, sui trent’anni, l’ho incontrata e le ho detto che giocavo per lei. Aveva quattro figli. Abbiamo riso. Abbiamo pianto. È stato un momento speciale perché a volte ci sono cose che non si ha l’opportunità di dire.”

“Per uscire dal Noah tennista sono andato in terapia”
La vittoria su Mats Wilander nella finale del Roland Garros è ricordata soprattutto per l’invasione di campo da parte del padre: “È stata la prima volta in assoluto che mio padre mi ha detto che mi vuole bene. Quella vittoria mi ha cambiato la vita in molti modi. Da quel momento in poi le mie priorità sono cambiate completamente. Il tennis era la mia vita fino alla vittoria del Roland Garros. Dopo, è diventato secondario. Avevo bisogno di qualcosa di concreto. Volevo una famiglia. Ho conosciuto Cecilia (la modella svedese che ha avuto due figli con Noah, tra cui Joakim, poi diventato un centro dei Chicago Bulls, ndr). Ci siamo sposati in fretta, abbiamo avuto dei figli, abbiamo messo su famiglia. Ho attraversato momenti difficili, ma poi ho iniziato a sentirmi molto meglio come persona”.
“Quando entri sul Campo Centrale di Parigi, non sai se due o tre ore dopo sarai morto. Giocare a questo livello, perdere è davvero doloroso. Inoltre, probabilmente metà dello stadio tifa per te e l’altra metà per l’avversario. La competizione è stressante. Quando vinci, hai un minuto per essere felice e poi devi prepararti per la partita o il torneo successivo. È un ciclo infinito. Sei sempre sotto pressione”.
“Se perdevi una partita di tennis e dicevi: ‘Scusate, ero distratto perché sono innamorato’, la gente ti avrebbe ucciso! Ho imparato a essere duro, a non essere me stesso. Ero egocentrico. Ero egoista. Tutte cose che vanno bene per un giocatore, ma che sono terribili per una persona. Ho fatto delle terapie, e mi sono state d’aiuto, ma cantare è un modo per esprimere tantissime cose. Ora, questo è ciò che faccio per vivere, e ne sono molto grato”.