Il tennis si sta autodistruggendo massacrando i suoi stessi campioni, ha una struttura ridicola

Il Times: "Perché i giocatori non si ribellano? È il classico problema degli atleti d'élite: pensano solo ad andare avanti il più possibile"

Il tennis si sta autodistruggendo massacrando i suoi stessi campioni, ha una struttura ridicola

Italy's Jannik Sinner tries to cool down during a break of play in his men's singles match against Argentina's Juan Manuel Cerundolo on day 5 of the French Open tennis tournament on Court Philippe-Chatrier at the Roland-Garros Complex in Paris on May 28, 2026. (Photo by ALAIN JOCARD / AFP)

Shelton è andato a letto che era quasi giorno, a New York. Contento per aver battuto Alcaraz, ma devastato fisicamente. Almeno lui era sano, non come tanti altri che allo Slam americano nemmeno hanno potuto partecipare perché logori. Colpa – scrive in un editoriale molto appuntito sul Times Matthew Syed – del “calendario follemente congestionato che porta a un numero sempre maggiore di infortuni, del disprezzo generale per le star dello spettacolo, che peraltro ricevono una quota assurdamente bassa dei ricavi delle competizioni in premi in denaro. Il tennis sta giocando con il fuoco. Senza un cambiamento, i giocatori smantelleranno l’intero sistema sbilanciato e ricominceranno da capo”.

“In quale mondo un giocatore dovrebbe andare a letto dopo colazione? In quale mondo ci si aspetta che uno sportivo d’élite finisca alle 3:33, prima di dover fare defaticamento e un bagno di ghiaccio, per poi infilarsi a letto mentre la maggior parte dei pendolari arriva in ufficio? In quale mondo si chiede a uno sportivo di sfidare il proprio orologio biologico, desiderando ardentemente dormire, e poi recuperare in tempo per giocare una semifinale un paio di giorni dopo?”. In realtà ci sarebbe lì fuori un mondo intero di sport molto diversi che prevedono sacrifici enormi, ma questa è la polemica attuale.

Per il Times la struttura del tennis è ridicola. Non si tratta solo dei tempi di conclusione francamente folli in alcuni tornei del Grande Slam, ma anche di un sistema di ranking “draconiano” che impone una pressione costante sui giocatori affinché competano e li obblighi a partecipare ai tornei ATP e ad altri eventi, spesso con un caldo torrido”.

Perché i giocatori non si ribellano?

“E qual è l’inevitabile conseguenza di questo tentativo di spremere fino all’ultima goccia il succo commerciale dai giocatori? Esatto: burnout e infortuni. (…) Perché i giocatori non si ribellano? È il classico problema degli atleti d’élite, così concentrati sul proprio gioco da non riuscire a ripensare l’ecosistema la cui struttura commerciale è l’aria che respirano. Faticano a organizzarsi. Faticano a parlare con una voce unanime. Il calcio sta ovviamente percorrendo la stessa strada discutibile”.

Il risultato è “la crescente sensazione che i momenti di gloria si stiano facendo sempre più rari, mentre la quantità di partite continua ad aumentare. I tifosi sanno che meno è meglio. Sanno che nello sport conta la qualità, non la quantità. Sanno che quando le partite finiscono dopo mezzanotte, per quanto avvincenti nel breve termine, danneggiano i giocatori nel lungo periodo”.