Il riequilibrio finanziario del Napoli per quale futuro?
Se questo è davvero un anno di riequilibrio, per che cosa il Napoli sta ricostruendo la capacità di spendere? Quella del Napoli non è Austerity

Db Riyadh 18/12/2025 - Supercoppa Italiana / Napoli-Milan / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Aurelio De Laurentiis
Il mercato chiude a settembre. I conti del Napoli molto dopo
Il Napoli non ha acquistato quasi nessuno, ma continua a pagare calciatori. Non è una contraddizione. È il calciomercato.
Per capire quello che è successo quest’estate bisogna abbandonare la contabilità da punteggio bocciofilo, quella molto semplice nella quale si sommano gli acquisti, si sottraggono le cessioni e alla fine compare un numero che dovrebbe spiegare quanto una società sia stata ambiziosa. Tutto corretto in un computo algebrico, finché non si guarda come vengono realmente pagati i calciatori.
La Gazzetta dello Sport attribuisce al Napoli un saldo del mercato negativo per circa 47,5 milioni. A prima vista sembrerebbe quindi che Aurelio De Laurentiis abbia continuato a investire. Poi si guardano le operazioni, e queste raccontano la storia in maniera diversa.
Rasmus Højlund è arrivato a Napoli nel settembre 2025 in prestito, con un acquisto definitivo subordinato alle condizioni previste dall’accordo. Nel giugno 2026, il Napoli ha comunicato che quelle condizioni si erano verificate e il trasferimento era diventato definitivo. L’operazione nasce quindi contrattualmente nel 2025. L’acquisto definitivo si perfeziona nel 2026. Quando esca materialmente tutta la cassa è però un’altra questione, che i tabellini del mercato non ci dicono.
Lorenzo Lucca racconta qualcosa di simile. Il Napoli lo aveva acquisito dall’Udinese il 18 luglio 2025 in prestito con obbligo di riscatto condizionato. Già il 23 gennaio 2026 l’Udinese annunciava che la cessione era diventata definitiva. Eppure il suo riscatto continua comprensibilmente a comparire nelle ricostruzioni del mercato successivo. Per capirsi, il saldo della colonna “acquisti” non dice necessariamente la cronologia economica delle decisioni. Nel calcio, insomma, il mercato chiude a settembre, i conti no.
È una distinzione apparentemente tecnica, ma cambia la lettura dell’estate. Quando un club acquista un calciatore esistono infatti almeno tre orologi diversi.

Al 30 giugno 2025, la società aveva oltre 173 milioni di euro di debiti
Prima, il momento della decisione contrattuale, poi il momento contabile: il valore del diritto sul calciatore viene iscritto in bilancio e il relativo costo viene normalmente distribuito negli anni attraverso l’ammortamento. Perfino qui le date possono cambiare in funzione delle condizioni previste da un eventuale obbligo di riscatto.
Infine c’è il momento in cui escono materialmente i soldi dalla banca. La dolorosa, direbbe qualcuno. I tre momenti possono non coincidere. Il bilancio del Napoli rende il fenomeno ancora più evidente.
Al 30 giugno 2025, la società aveva oltre 173 milioni di euro di debiti verso società calcistiche e altri enti del settore. Di questi, circa 82 milioni erano da pagare entro l’esercizio successivo e quasi 91 milioni oltre. Tradotto: una parte rilevante del mercato che avevamo già visto, commentato, celebrato o insultato continuava ad avere importi da corrispondere negli anni successivi.
Naturalmente, esiste anche l’altra metà della partita. Alla stessa data, il Napoli vantava circa 110 milioni di crediti verso il settore calcistico. I 173 milioni non rappresentano quindi una misura dell’indebitamento netto del mercato. Servono invece a mostrare quanto acquisti e vendite producano flussi finanziari distribuiti nel tempo.
Nello stesso momento, il Napoli disponeva inoltre di circa 174 milioni di liquidità. Questi sono numeri perfettamente compatibili. Dire tutto questo, sembra banale, ma a giudicare da molte discussioni sul mercato, evidentemente non lo è. Insomma, avere soldi in banca non significa che quei soldi siano tutti liberamente disponibili per comprare il prossimo centravanti. Esistono impegni già sottoscritti. Stipendi. Ammortamenti. Rate dei trasferimenti precedenti. Costi operativi. Soprattutto, esistono regole che non guardano soltanto quanti soldi ci siano sul conto corrente. Per rendere la questione ancora più complessa, la Uefa, nell’ambito del monitoraggio relativo alla stagione 2025/26, ha rilevato che il Napoli aveva riportato per il 2025 uno squad cost ratio superiore alla soglia del 70%. Il Napoli non è stato sanzionato perché, secondo la stessa Uefa, la deviazione è stata integralmente mitigata dal surplus dei football earnings previsto dalle regole e maturato negli esercizi rilevanti. Il dato però resta interessante.
Lo squad cost ratio non misura la cassa. Mette in rapporto il costo rilevante della squadra (remunerazioni, ammortamenti, costi dei prestiti e altre componenti previste dalla normative) con una base di ricavi e determinate componenti del player trading. È quindi perfettamente possibile avere molta liquidità e, nello stesso tempo, non avere automaticamente la stessa possibilità di aumentare il costo della rosa. Le regole UEFA misurano rapporti economici. Non il saldo del conto corrente.
Il calcio, anche qui, riesce a fare una cosa meravigliosa: avere soldi e non poterli necessariamente spendere tutti come vuole. Attenzione però. La UEFA non stava dicendo che il Napoli sia in difficoltà finanziaria. Al contrario, secondo la stessa UEFA, lo scostamento è stato integralmente mitigato dal surplus dei football earnings riportato negli esercizi chiusi nel 2025 e nel 2026, fattore espressamente previsto dal regolamento.

È aumentato negli ultimi anni il costo squadra
Questo può essere letto come un segnale della capacità economica costruita nel tempo. L’evento sta però anche fotografando una trasformazione. Negli ultimi anni il Napoli ha aumentato significativamente il costo della propria squadra. E dopo una fase di espansione arriva normalmente una domanda molto poco considerata: quanto di quella crescita è diventata strutturale?
È qui che il mercato dell’estate 2026 diventa più interessante di quanto sembri. I nuovi arrivi veri sono pochissimi. Favasuli è arrivato dal Catanzaro in prestito con obbligo di riscatto. Badiashile dal Chelsea in prestito con diritto di opzione. Il resto della lista degli “acquisti” contiene soprattutto rientri da prestito e riscatti derivanti da operazioni impostate in precedenza.
Anche le formule scelte dicono qualcosa. Con Badiashile, il Napoli paga per avere oggi il calciatore, ma conserva il diritto, non l’obbligo di acquistarlo definitivamente domani. È optionalità. Una parola orribile nel calcio, ma utilissima in finanza. Significa mantenere aperta una possibilità senza assumersi immediatamente tutto il rischio economico. Naturalmente anche questa possibilità ha un costo.
Per Favasuli l’impegno futuro invece esiste, essendoci un obbligo di riscatto. Ma anche in questo caso il trasferimento è strutturato nel tempo.
Allora definire il mercato 2026 come un mercato di “austerity” è una descrizione comprensibile osservando soltanto i nuovi arrivi. Badiashile e Favasuli sono stati sostanzialmente gli unici nuovi rinforzi della prima squadra.
Quella del Napoli non è Austerity
Ma Austerity suggerisce una società che non può spendere. Quello che vediamo potrebbe essere qualcosa di diverso: una società che, dopo aver aumentato significativamente gli impegni negli esercizi precedenti, evita di aggiungere nello stesso momento un nuovo livello di costi. È una distinzione importante. Ma è anche necessario essere chiari: questa è un’interpretazione, non una dichiarazione di De Laurentiis.
Il Napoli non ha pubblicato un piano finanziario nel quale spiega che l’estate 2026 sia dedicata alla ricostruzione della propria capacità di investimento. Possiamo quindi osservare i comportamenti e formulare una lettura. Non attribuire intenzioni che non conosciamo.
I fatti sono questi: pochissimi nuovi acquisti definitivi. Utilizzo dei prestiti. Un diritto di riscatto importante invece di un obbligo. Riscatti derivanti dal mercato precedente. Pagamenti di trasferimenti passati che continuano a produrre cassa in uscita. E uno squad cost ratio che nell’ultimo monitoraggio UEFA aveva oltrepassato il 70%, senza conseguenze disciplinari grazie al meccanismo di compensazione previsto dalle regole.
Mettendo insieme questi elementi, la fotografia è quella una società il cui comportamento appare coerente con una fase di riequilibrio. Se è così, la scelta ha una sua logica.
La disciplina finanziaria non serve soltanto a evitare i problemi. Serve soprattutto a conservare la possibilità di scegliere. De Laurentiis lo ha fatto per molti anni, qualche volta fino a esasperare i tifosi. Poi il Napoli ha utilizzato una parte di quella capacità per aumentare investimenti e costo della rosa. Adesso potrebbe essere arrivato il momento meno spettacolare del ciclo. Quello in cui si assorbono le decisioni già prese, si evita di aggiungere troppo nuovo costo e si ricostruisce gradualmente capacità di scelta.
Tutto questo non aiuta chi ha bisogno di grandi fotografie a Capodichino. Ma nelle aziende funziona così. Esistono i cicli finanziari. Prima si costruisce capacità. Poi la si utilizza. Poi, se si vuole continuare a utilizzarla, bisogna ricostruire.
La vera domanda sul mercato del Napoli, quindi, forse non è perché De Laurentiis non abbia speso quest’estate. Forse, la domanda è un’altra. Se questo è davvero un anno di riequilibrio, per che cosa il Napoli sta ricostruendo la capacità di spendere?