Altro che Tuchel, l’amara verità è che l’Inghilterra è sempre sparita quando contava davvero (Il Times)
Il Times fa il lungo elenco: contro l'Italia (due volte), l'Uruguay, la Spagna, la Croazia, persino l'Islanda. Ogni volta la caccia al colpevole e ogni volta la solita storia

TOPSHOT - FOXBOROUGH, MASSACHUSETTS - JUNE 23: Thomas Tuchel, Manager of England, speaks to Jude Bellingham #10 of England at the hydration break during the FIFA World Cup 2026 Group L match between England and Ghana at Boston Stadium on June 23, 2026 in Foxborough, Massachusetts. Richard Pelham/Getty Images/AFP (Photo by Richard Pelham / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / Getty Images via AFP)
Ma voi ve li immaginate i poveri Baddiel, Skinner e i Lightning Seeds doversi mettere per l’ennesima volta a scrivere l’ennesima versione di It’s Coming Home, sperando volta dopo volta che le cose possano andare diversamente? È dal 1996 che cantano che “30 anni di sofferenza” (ossia dal 1966, quando i Tre Leoni vinsero il Mondiale) non ci hanno mai impedito di sognare.
Ormai, però, di anni ne sono passati 60 e, da un lato, non c’è niente che esprima meglio il concetto di caparbietà degli inglesi: una delusione dopo l’altra, ma sempre con la speranza che questa volta possa andare diversamente. “Chi visse sperando morì non si può dire”. semicit.
Tuttavia, sembra proprio che il rapporto dell’Inghilterra con il crollo sul più bello sia ormai qualcosa di totalmente inscindibile dalla sua cultura calcistica. Tuchel avrà sbagliato (ed è opinabile), ma ci sarà un motivo se è andata sempre così. Contro il proprio DNA si può fare davvero poco.
Ne scrive il Times in un’analisi che ha il dono della sincerità e porta la firma del cronista Jonathan Northcroft.
L’Inghilterra e il suo problema

Si legge sul Times:
“Ho assistito a molte umiliazioni inglesi e l’ultima di Atlanta mi è sembrata un mosaico che univa tutte le precedenti.
È stato come contro l’Italia a Euro 2012, dove l’Inghilterra non riusciva proprio a tenere la palla.
Come contro l’Italia nella finale di Euro 2020, dove l’Inghilterra è andata avanti e poi rimontata.
È stato come contro l’Uruguay nel 2014, quando l’Inghilterra si è rimpicciolita di fronte all’intensità sudamericana.
Come contro la Spagna nella finale di Euro 2024, quando sono stati superati da calciatori tecnicamente più forti.
Come contro la Croazia nel 2018, quando erano tatticamente paralizzati.
Soprattutto come contro l’Islanda. Quel giorno a Euro 2016 mentre stavi guardando i calciatori in crisi; quando, per prendere in prestito l’analisi dello psicologo sportivo Dan Abrahams, i sentimenti hanno preso il sopravvento sui pensieri e c’era pura “ansia da prestazione… “.
L’amara verità, aggiungiamo noi parafrasando il titolo di un film, è che l’Inghilterra non è forte abbastanza. Questo è il punto. Altro che difensore in più o in meno.
Prosegue il Times:
“La voglia di trovare un colpevole e il bisogno di sacrificare qualcuno, come sempre accade quando l’Inghilterra delude. Ma non serve a nessuno immaginare che distruggere o sostituire un singolo individuo possa cambiare tutto.
E la concentrazione inglese sugli individui — eroi, colpevoli, marcatori, capitani, allenatori — è un altro tratto storico che finisce per danneggiare sé stesso. Questo non significa concedere a Thomas Tuchel ciò che la sua squadra non è stata capace di ottenere: un’assoluzione. Ma riguardando la partita, emerge chiaramente quanto siano complesse le problematiche dell’Inghilterra.”
Lo stesso copione

Alla fine c’è la rassegnazione, perché è sempre lo stesso copione: si incontra un avversario superiore nella gestione del pallone e semplicemente si esce dal torneo. La risposta? Nel calcio.