“Si può vincere anche con la 500”: la lezione di Dino Zoff all’Italia

Al Corsera il suo messaggio ai ragazzi: "Chi sta in porta, prima di tutto, deve essere bravo con le mani. Se lo è anche con i piedi, meglio. Divertiti giocando a pallone, senza troppe aspettative"

“Si può vincere anche con la 500”: la lezione di Dino Zoff all’Italia

Db Pescara 11/10/2011 - qualificazione Euro 2012 / Italia-Irlanda del Nord / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Dino Zoff

Dino Zoff ha rilasciato una lunga intervista oggi al Corriere della Sera per presentare l’uscita del docufiction “Dino Zoff. Volevo solo fare bene il mio lavoro”, in onda il 10 giugno su Rai 1, in cui viene intervistato dall’amico di sempre Francesco De Gregori. Un racconto fatto di immagini storiche, dalla parata contro il Brasile alla mitica partita a scopone con Pertini, e di testimonianze da Capello a Platini, da Tardelli a Del Piero.

La 500 e la lezione all’Italia senza Mondiale

Il cuore del discorso nasce dalla domanda sul terzo Mondiale di fila senza l’Italia. Zoff non usa mezzi termini: “È pesante per una Nazionale che ha vinto quattro Mondiali. Una volta ti può girar male, la seconda e la terza no, caspita!”. E qui arriva la metafora destinata a restare: “Un allenatore deve conoscere la forza della sua squadra: se hai una 500 la devi guidare da 500, devi adeguarti a lei senza tanti proclami”. Poi la chiusura che è un manifesto: “Si può vincere anche con la 500″. Una lezione di realismo che suona attualissima per l’Italia di oggi — quella di un movimento dal livello medio preoccupante — ma anche per ogni squadra che voglia rendere al massimo delle proprie possibilità.

zoff

Le radici contadine e il “niente alibi”

La concretezza, Zoff la fa risalire alle origini. Cresciuto in una famiglia contadina, racconta cosa gli ha insegnato: “A casa mia non si potevano accampare scuse, lo sport presuppone di non cercare mai alibi, e così ho fatto”. Il ritratto di un padre “di poche parole, ma incisive”. È la spina dorsale di un campione che ha sempre lasciato parlare i fatti.

Il boato del Napoli e il saluto alla curva

C’è poi un passaggio che ci tocca da vicino. Prima della gloria, Zoff passò anche per Napoli, e ricorda l’impatto con la piazza: “A Napoli ero stato accolto con gran calore”. Da uomo riservato qual è, all’inizio faticava col rito del saluto alla curva: “Non mi veniva spontaneo, mi sembrava di arruffianarmi”. Poi la svolta: “Cominciai ad alzare la mano piano piano e sentii il boato del pubblico: mi sbloccai, e mi abituai a salutarlo”. Un aneddoto che dice tutto del rapporto tra la città e i suoi portieri — un legame di cui restano tracce nella storia azzurra, da Zoff e Juliano in poi.

I portieri e il consiglio ai ragazzini

Sul tema portieri — caro anche a De Gregori, da ragazzino estremo difensore — Zoff difende il mestiere antico contro le mode: “Chi sta in porta, prima di tutto, deve essere bravo con le mani. Se lo è anche con i piedi, meglio”. E a un bambino che sogna di diventare calciatore lascia il consiglio più semplice e più vero: “Divertiti giocando a pallone, senza troppe aspettative”