Perché il Comune di Napoli non vuole intitolare Piazzale Tecchio ad Ascarelli?
Ci sono 25mila firme, la delibera della Municipalità Bagnoli-Fuorigrotta, eppure il Comune ha deciso di intitolargli un'anonima strada nel degradato Rione Luzzatti. Tecchio era un gerarca fascista. Che cosa frena il sindaco Manfredi? Non aveva definito Napoli città antifascista?

Napoli 31/03/2023 - Sky Live in Napoli 2023 / foto Image nella foto: Gaetano Manfredi
Prima di derubricarla come una piccola battaglia toponomastica – con un gesto di svogliata noncuranza, via, sciò – il caso di Piazzale Tecchio che non riesce a diventare Piazzale Ascarelli merita un pezzo in più. Uno sforzo. Perché è un caso non del tutto esploso, e siamo qui apposta. È una questione di dignità storica, di memoria, ma anche di igiene politica (per quel che vale oggigiorno). Sulla carta, la proposta di cambiare il nome del piazzale antistante lo stadio Maradona, a Fuorigrotta, per intitolarlo a Giorgio Ascarelli dovrebbe essere una procedura se non scontata, ma almeno ampiamente condivisa. Invece s’è arenata nelle sabbie mobili della burocrazia cittadina.
Uno squadrista fascista e l’uomo che ha creato il Napoli
C’è la storia, di mezzo. Più che la cancel culture o il revisionismo continuo di questi anni. Da un lato c’è l’attuale intestatario, Vincenzo Tecchio, con la sua biografia problematica. Iscritto ai Fasci di combattimento dal 1920, Tecchio è stato uno “squadrista della prima ora”, vicino a figure come Farinacci. Fu segretario federale del Partito fascista a Napoli, deputato del regime e, dopo l’armistizio, aderì alla Repubblica di Salò. Nel 1938, dopo l’approvazione delle leggi razziali, in veste di membro del sindacato avvocati, Tecchio partecipò attivamente all’epurazione dei professionisti ebrei. Il piazzale gli fu intitolato nel 1958 per volere di Achille Lauro, come ricorda nella ricostruzione del caso il giornale on line Iustitia (diretto da Nello Cozzolino) che sta seguendo la vicenda con dovizia di particolari.
Ascarelli è invece una figura luminosa che meriterebbe il massimo riconoscimento dalla città. Industriale tessile di successo, socialista, ebreo, massone e grande filantropo, Ascarelli è soprattutto l’uomo a cui Napoli deve il suo legame viscerale con il calcio. Nell’agosto del 1926 fu lui a fondare l’Associazione Calcio Napoli. Riuscì nell’impresa di far costruire, a proprie spese e in soli sette mesi, un avveniristico stadio da 20mila posti, che la moglie successivamente donò alla società. Se oggi il tema degli stadi di proprietà è attualità finanziaria, Ascarelli non va solo citato: va omaggiato.

Peraltro la città la sua scelta l’ha già fatta: c’è una petizione che negli anni ha raccolto migliaia di firme, appoggiata in passato anche dall’ex sindaco Luigi de Magistris. E le istituzioni sembravano aver recepito il messaggio: il 25 marzo scorso, il consiglio comunale ha approvato un ordine del giorno per il cambio di nome, seguito a maggio dal via libera unanime della municipalità di Bagnoli-Fuorigrotta. E poi che è successo?
L’affronto di dedicargli un’anonima strada di periferia
È successo che mentre Tecchio ha ancora il suo Piazzale, lo scorso anno si è deciso di intitolare ad Ascarelli una strada anonima e degradata nel Rione Luzzatti un’area spesso segnata dallo squallore e dall’abbandono. Doveva essere una spericolata sopponta, s’è tradotto in un affronto. Ora il cerchio si stringe attorno alla giunta comunale, l’unica ad avere la reale competenza per deliberare. Possibile una tale retrocessione di Ascarelli? Dal piazzale di fronte allo stadio a un’anonima strada di periferia? Il sindaco Manfredi, come ricorda Iustitia, lo scorso marzo, alla vigilia del referendum, dichiarò: “ho fiducia sul risultato del voto perché Napoli è una città democratica e antifascista”. E allora: “si prenda le sue responsabilità e renda noto come pensa di muoversi”, scrive Iustitia. Il ragionamento non fa una grinza.
Resta il punto, di una banalità disarmante: quali resistenze possono mai frenare il battesimo di un Piazzale Ascarelli? Come è possibile che anche un passo così logico e opportuno da sembrare ovvio, riesca ad appesantirsi così? È un segnale anche questo, in fondo. E non un bel segnale: se nemmeno il piazzale dello stadio ad Ascarelli riusciamo ad assegnare con celerità e disinvoltura, senza aggrovigliarci in maniera ridicola, come possiamo sperare che Napoli ogni tanto finga di essere una città in qualche modo gestibile?