Milik a cuore aperto sul calvario per gli infortuni: “Avevo toccato il fondo, piangevo in palestra”
Nel podcast polacco Kanał Sportowy, l'ex bomber del Napoli ha raccontato di aver toccato il fondo, la scelta di rivolgersi a uno psicologo e una lezione netta: "I soldi non danno la felicità".

Juventus' Polish forward #14 Arkadiusz Milik wears a jersey dedicated to Juventus former player Alessandro Del Piero during the warm up ahead of the Italian Serie A football match between Juventus and AS Roma at the Allianz stadium in Turin, northern Italy, on December 20, 2025. (Photo by MARCO BERTORELLO / AFP)
Per i tifosi del Napoli è ancora “il” Milik dei gol pesanti tra il 2016 e il 2020. Oggi Arkadiusz Milik ha scelto il podcast polacco Kanał Sportowy per raccontare, senza filtri, gli anni più duri della sua carriera: il calvario alla Juventus, due stagioni quasi interamente trascorse lontano dal campo, tra un guaio muscolare e l’altro.
Perché non parlava
Alla domanda sul suo lungo silenzio, l’attaccante è stato diretto: “Che senso aveva? Negli ultimi due anni l’unica cosa di cui avrei potuto parlare erano i miei infortuni. Arrivo da un periodo che mi ha letteralmente logorato. Volevo staccare da tutto, ma oggi sono sorridente, riposato e pronto a giocare”. E un’immagine che dice tutto della frustrazione di chi guarda gli altri giocare: “Mi sentivo come una persona affamata che cammina lungo una via piena di ottimi ristoranti. Mi sentivo così mentre i miei compagni giocavano in Champions League, ad esempio contro il Real Madrid al Bernabéu”.
Il fondo toccato, e l’aiuto cercato
Il passaggio più intenso riguarda il peso emotivo, affrontato all’inizio da solo. “Ho riflettuto a lungo se affidarmi a uno psicologo. Mi dicevo: “Arek, pensi davvero di non farcela da solo?”. Eppure mi sono dovuto ricredere, non ce la facevo”. Milik colloca il momento più nero tra gennaio e aprile 2025: “Non direi che si trattasse di depressione, ma avevo toccato davvero il fondo”. E racconta una scena che lascia il segno: “Il calcio era la mia via di fuga. Poi all’improvviso andavo in palestra, mi allenavo e scoppiavo a piangere. Mi è capitato più volte di interrompere l’allenamento e andare a sfogarmi in bagno. È stato un periodo emotivamente durissimo”. Le lacrime di gioia, dice, sono arrivate dopo: “A maggio, quando ho ricominciato a tornare in campo poco prima del Mondiale per Club”.
Da qui la lezione che dà il titolo alla sua riflessione: “I soldi non danno la felicità, almeno nel mio caso. Avevo i guadagni più alti della carriera, eppure non sono mai stato così infelice da quando ho iniziato a giocare”.
Gli elogi: Lewandowski, Di María e quel Pogba “su una gamba sola”
Nel finale, spazio ai fuoriclasse incrociati. Su Robert Lewandowski: “Resta il migliore in assoluto per longevità e costanza”. Poi due ricordi bianconeri. Ángel Di María: “Su sei palloni magari ne sbagliava due o tre, ma gli altri ti mettevano a tu per tu col portiere. Questo non si impara, ci nasci”. E un Paul Pogba sorprendente: “Alla Juve giocava su una gamba sola, aveva il ginocchio costantemente gonfio, eppure aveva scioltezza, tecnica e visione incredibili”. Infine l’aneddoto su Cristiano Ronaldo, via Pogba: “Mi disse: “Arek, siamo tutti professionisti, ma Cristiano è di un’altra categoria””.