Casarin, gli arbitri e quella mano in gola per salvare Antognoni
L'ex grande arbitro allo Sport Business forum in corso a Belluno: "Il grande problema degli arbitri di oggi è essere autonomi. Non devono dipendere da nessuno".

L'ex arbitro Casarin allo Sport Business Forum di Belluno
Casarin allo Sport Business forum in corso a Belluno
“Il grande problema degli arbitri di oggi è essere autonomi. Non devono dipendere da nessuno”. Lo ha detto Paolo Casarin intervistato da Nicola Cesaro nell’ambito dello Sport Business forum in corso a Belluno dove è finalista con la sua autobiografia “Vita e pensieri di un arbitro” (Rizzoli, 2025). L’autonomia degli arbitri è un tema di stretta attualità, ha sottolineato Casarin ma risale a un secolo fa, al governo di Rimet che introdusse una serie di regole al gioco che traghettarono lo sport nella modernità. A fronte di quelle novità, ricorda, “gli arbitri chiesero di essere istruiti, di diventare competenti”. Ma un conto è ricevere una preparazione, altro è prendere suggerimenti o, peggio, prendere ordini. “Gli arbitri non devono ricevere ordini”. Una tensione lunga cento anni e un rapporto quello tra il ‘sistema calcio’ e la classe arbitrale, ancora irrisolta: «io ho preso un anno di squalifica perché ho messo in discussione quello che era l’obiettivo da parte del potere del calcio, lo spettacolo. Ho restituito la tessera e ho capito quale pressione, anche oggi, subiscono gli arbitri».

Nell’intervista Casarin ha ricordato le innovazioni del fuorigioco introdotte dopo i mondiali del 1990 a cui “ho lavorato per tre anni con diverse università per valutare le capacità visive di una persona e la velocità nel determinare il punto di partenza di un giocatore”. Studi propedeutici all’introduzione della tecnologia, molti anni più tardi e alla pratica dei guardalinee di tenere abbassata la bandierina in caso di dubbi. Il risultato è che “oggi i guardalinee italiani sono i più bravi del mondo”.
Una carriera di trent’anni all’Eni
Una carriera di 30 anni all’Eni, Casarin racconta l’aneddoto dell’incontro con il presidente della multinazionale che a poche settimane del Mundial spagnolo gli ordina di trasferirsi in Venezuela: “Ma ci sono i Mondiali di calcio, dico io e lui mi chiede cosa potessi centrare io con quell’evento. Faccio l’arbitro gli rispondo e riesco a rimandare la discussione di qualche mese. Quando ci rivediamo, a settembre, il presidente mi fa: ho capito cos’è il Mondiale, Casarin, si trovi pure un altro lavoro perché ho capito anche che lei potrebbe lasciare noi, ma il calcio non lo mollerà mai”. “Aveva ragione”, sorride Casarin, “infatti ho trovato un altro impiego in una banca, ma ho continuato in vari ruoli a occuparmi di calcio e di arbitri. Sempre con un approccio di ascolto e di comunicazione con i giocatori”. A differenza di altri l’ex arbitro veneziano non pensa alla categoria come a dei superuomini.

Uno dei momenti più toccanti della carriera rimane l’episodio di Fiorentina-Genoa del 22 novembre 1981. Al 55’ lo scontro tra il portiere ospite Marina e Giancarlo Antognoni lascia a terra il 10 viola, colpito violentemente alla testa. “Davanti a 40 mila persone ammutolite. Dodici minuti e nessuno dei 21 giocatori che aveva il coraggio di guardarlo in faccia, alla fine mi sono avvicinato in ginocchio e gli ho messo la mano nella gola, perché stava per morire, spinto dal professor Gatto di Genova, un grande medico che poi mi abbraccia e dice ‘guarda che ha ripreso a respirare’. Quando più tardi sono stato a trovarlo in ospedale e l’ho visto che ripreso e che parlava normalmente è stata una delle gioie più grandi della mia carriera”.