Se ne va Beccalossi simbolo della pazza Inter. Creò problemi a Bearzot
È morto a 69 anni Evaristo Beccalossi, storica bandiera dell'Inter. Colpito da un'emorragia cerebrale nel gennaio 2025, non si era più ripreso. Numero 10 di un calcio che non esiste più, Bearzot lo escluse dal Mondiale '82 che l'Italia vinse. A Napoli segnò uno scavetto da fuori area che chi c'era non ha mai dimenticato.

Evaristo Beccalossi è morto stanotte alla Poliambulanza di Brescia. Avrebbe compiuto 70 anni il 12 maggio. Un’emorragia cerebrale lo aveva colpito nel gennaio del 2025: quarantasette giorni di coma, poi un lento tentativo di ripresa, poi una ricaduta. Il calcio perde uno degli ultimi numeri 10 autentici, di quelli che Gianni Brera battezzava con un soprannome e non se ne parlava più: Dribblossi, lo chiamò. Perché Beccalossi non giocava con il pallone, era il pallone che giocava con lui.
Lo scudetto dell’80 e il Mondiale negato da Bearzot
All’Inter arrivò da Brescia nel 1978, per 700 milioni di lire. In sei stagioni collezionò 216 presenze e 30 gol, vinse lo scudetto del 1980 con Bersellini — il proletario in tuta che fece vincere l’Inter — e due Coppe Italia. Il 28 ottobre 1979 segnò una doppietta nel derby contro il Milan che divenne leggenda: “Scusa se insisto”, la frase che gli cucirono addosso e che lui giurava di non aver mai pronunciato. Ma che importava? Era perfetta.
Il mancino che fece innamorare gli interisti tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. Il 2 giugno 1982, alla vigilia della partenza per il Mondiale in Spagna, Bearzot diede uno schiaffo a una giovane tifosa interista, che lo aveva insultato fuori dall’hotel di ritiro a Roma (Villa Pamphili) chiamandolo “scemo, scimmione, bastardo”, perché non convocò Beccalossi. Era un caso nazionale e Nazionale. Era uno di quei calciatori che oggi probabilmente non potrebbero giocare. Fantasia, estro, talvolta abulia. Ma a calcio era bravo. Paolo Rossi lo portò a teatro ricordando i due rigori sbagliati nella stessa partita contro il Bratislava.
Beccalossi a Napoli: quel gol a Castellini che valeva un quadro
Chi era al San Paolo in quegli anni tra la fine dei Settanta e i primi Ottanta sa di cosa parliamo. Beccalossi che prende palla, alza la testa e fa uno scavetto da fuori area a Castellini, il portiere del Napoli. Un pallonetto di quelli che si vedevano una volta a stagione, se andava bene. Un gesto tecnico che apparteneva a un calcio in cui il numero 10 aveva licenza di inventare e il pubblico — anche quello avversario — applaudiva. Nanni Moretti lo avrebbe chiamato “palombella”. Era il calcio prima di Maradona a Napoli, e Beccalossi apparteneva a quella stirpe di fantasisti che Diego avrebbe poi reso obsoleti. Eppure il rispetto di Maradona se lo meritò: lo disse lui stesso, con la semplicità di chi sa di essere stato un campione vero, anche se non il più grande.
Beccalossi: un pacchetto al giorno, dieci caffè e il rispetto dei grandi
Beccalossi era nato destro e si era inventato mancino da bambino, tirando per ore contro il muro del garage. Fumava un pacchetto di sigarette al giorno, beveva dieci caffè, frequentava i locali di Milano, si allenava seriamente una volta a settimana. Con Califano faceva l’alba all’Autogrill di Dalmine, e alla morte del cantante trovò un biglietto lasciato per lui. I compagni dicevano che con Beccalossi in campo si giocava in dieci o in dodici, a seconda dell’umore. E i due rigori sbagliati contro lo Slovan Bratislava nella stessa partita divennero un pezzo di cabaret grazie a Paolo Rossi, il comico.