Perché Allegri subisce il processo antropologico e per Spalletti è come se non fosse successo nulla?

Entrambi hanno perso la Champions. Uno è trattato da appestato, l'altro va compreso. Quindi non c'entra il calcio. Il punto è che Allegri sta sulle balle a pseudo opinionisti che non aspettavano altro

Perché Allegri subisce il processo antropologico e per Spalletti è come se non fosse successo nulla?

Juventus coach Luciano Spalletti hugs Milan coach Massimiliano Allegri during the Serie A football match number 34 between Milan and Juventus at the Stadio Giuseppe Meazza in Milan, Lombardy, Italy, on April 26, 2026. (Photo by Matteo Bottanelli/NurPhoto) (Photo by Matteo Bottanelli / NurPhoto via AFP)

A questo punto converrebbe almeno dircelo con sincerità: non è una questione di calcio.
È una questione di simpatie.

Perché altrimenti diventa francamente impossibile spiegare il trattamento radicalmente diverso riservato a Spalletti ed Allegri per questo finale di stagione.

E sia chiaro subito, così evitiamo i processi alle intenzioni: chi scrive, a Spalletti vuole bene calcisticamente. Gliene vorrà sempre. Per quello che ha rappresentato a Napoli, per aver riportato a Napoli lo scudetto.

Allegri diventa il simbolo del calcio superato. Dell’anti-spettacolo

Quanto ad Allegri, diciamo che chi scrive spera ancora di imparare ad amarlo. Anche perché — almeno fino a ieri — sembrava il candidato più logico per raccogliere il testimone di Conte. Poi, ahimè, pare che il Napoli abbia deciso di orientarsi verso altri orizzonti.

spalletti Juventus

Ma proprio perché si stimano entrambi, e bando alle opinioni personali, raccontiamo semplicemente i fatti.

La Juventus di Spalletti ha fallito l’obiettivo Champions League. Con un pareggio imbarazzante col Verona già retrocesso prima e con lo psicodramma poi, ovvero il tonfo interno contro la Fiorentina alla penultima giornata. Una sconfitta pesantissima. Decisiva. Un suicidio sportivo. Una di quelle partite che, se cambiamo nome all’allenatore, diventano immediatamente materiale per una requisitoria pubblica.

Ora la domanda è semplice: cosa c’è di così radicalmente diverso dal Milan di Allegri che perde la partita decisiva col Cagliari e si ritrova fuori dalla Champions? Davvero il fallimento sportivo cambia natura? Oppure cambia soltanto il racconto?

Perché nel caso di Allegri è partito immediatamente il processo antropologico. Non tecnico: antropologico. Allegri diventa il simbolo del calcio superato. Dell’anti-spettacolo. Dell’anti-modernità. Del pragmatismo tossico. Il custode di istinti paleolitici da combattere come fossero una minaccia per il progresso dell’umanità.

E allora via con le liturgie dei seguaci di Padre Tempo: Adani, Cassano, Trevisani e con loro l’intera filiera del calcio raccontato come se fosse una branca della filosofia morale. È chiaro: non aspettavano altro.

adani cagni

Db Milano 14/02/2026 – campionato di calcio serie A / Inter-Juventus / foto Daniele Buffa/Image Sport
nella foto: Daniele Adani

Per Spalletti invece si comprende, si riflette, si contestualizza

Con Spalletti, invece, però, improvvisamente il tono cambia. Si riflette. Si comprende. Si contestualizza. Si ragiona su cosa tenere, da dove ripartire, sul patrimonio tecnico comunque lasciato.

E — sia chiaro — è persino giusto così. Perché una stagione storta – una partita storta, un’avventura con la Nazionale mooooolto storta – non cancella una carriera. E Spalletti resta, esattamente come Allegri, uno dei migliori allenatori italiani della sua generazione.

Perfetto. Ma allora perché questo principio non vale pure per Allegri? Perché Allegri non merita lo stesso beneficio del dubbio?

Perché per uno valgono il contesto, gli infortuni, il materiale umano, la pressione, le transizioni societarie — e per l’altro resta soltanto il tribunale permanente dell’estetica?

Quindi la differenza tra Allegri e Spalletti è solo una questione di parrocchiette

La sensazione, ormai, è che il calcio italiano sia diventato soprattutto una questione di affinità culturale.

Spalletti piace. E giustamente: è brillante, colto, imprevedibile, romantico. E soprattutto è bravo.

Sarri Lotito lazio Lazio-Roma

Allegri no. Allegri irrita.

E allora diciamolo chiaramente. Chiamatela simpatia. Chiamatela affinità. Chiamatela ideologia, se proprio avete voglia di applicare l’ideologia al pallone visto che in politica non esiste più.

Ma smettiamola di fingere che il giudizio sia uguale per tutti. Perché se i criteri usati contro Allegri fossero applicati davvero a chiunque, oggi il dibattito attorno a Spalletti (ma anche a Sarri, signori: la Lazio è arrivata nona. N O N A!) sarebbe inevitabilmente molto più severo. E no, non sarebbe un torto a Luciano.

30 anni, laureato in Giurisprudenza. È cresciuto in un tempo in cui gli idoli eri costretto a cercarteli da un’altra parte. Il suo, poco ortodosso per un napoletano, era Andriy Shevchenko. Forse anche per questo è grato a chi ha restituito il sogno ai bambini della sua terra. Crede nel fattore umano, nelle relazioni e nell’idea che, nel calcio come nella vita, siano le persone a fare la differenza.

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