Maldera: “Ho un’app per i missili, il calcio serve a non pensare”
Andrea Maldera è il primo commissario tecnico straniero a sedersi sulla panchina della Nazionale ucraina di calcio. "Sento un popolo alle spalle. I bambini giocano dopo i raid, è un'esperienza pazzesca".

Andrea Maldera scrive una pagina storica: è il primo commissario tecnico straniero a sedersi sulla panchina della Nazionale ucraina di calcio. Milanese doc e figlio d’arte (la sua famiglia ha segnato un’epoca nel calcio italiano), Maldera arriva a questo traguardo dopo una lunga e preziosa gavetta. Dagli anni passati nello staff del Milan con Leonardo, Allegri e Inzaghi, fino alle recenti e brillanti esperienze al fianco di Roberto De Zerbi sulle panchine di Brighton e Marsiglia. Ora, il grande salto come primo allenatore, in un contesto che va ben oltre il rettangolo verde. Dallo scantinato di un hotel di Leopoli adibito a rifugio antiaereo, Maldera racconta questa sua nuova, incredibile avventura sportiva e umana. Le sue dichiarazioni riportate dal Corriere della Sera.
Le parole di Andrea Maldera
Non è una scelta scontata, sia per l’Ucraina che per lei, non trova?
“Senz’altro. Ho percepito il loro orgoglio e la loro gratitudine per aver accettato l’incarico e anche per aver scelto di vivere qui. Da parte mia, ho deciso di comune accordo con De Zerbi di non seguirlo al Tottenham perché volevo mettermi alla prova in prima persona. E quando è arrivata la chiamata di Sheva non ho avuto dubbi: è una cosa troppo affascinante, comunque vada sarà un’esperienza pazzesca, perché sento un popolo alle spalle. E di conseguenza anche una grande responsabilità.”
Com’è la vita a Leopoli?
“È una città molto carina, può ricordare Bologna: le testimonianze dell’architettura italiana sono diverse. La vita scorre normalmente, se non fosse per il coprifuoco notturno e per le sirene degli ultimi giorni, a causa dei missili balistici difficili da localizzare. Ho un’applicazione nel telefono che mi avvisa del tipo di rischio, come è accaduto l’altra notte.”
Ne parla con naturalezza.
“All’inizio ti senti un po’ agitato, ma poi ti comporti come loro, senza vittimismo. La mattina dopo l’attacco ho partecipato a un evento nelle scuole e vedere questi bambini che giocavano come se nulla fosse, con allegria, mi ha fatto riflettere.”
Ha dovuto riflettere anche per accettare?
“Ho già lavorato con l’Ucraina nello staff di Shevchenko e conosco tante persone, mi sono sempre informato della situazione. Leopoli è più sicura, ma io sarei andato a vivere anche a Kiev, che mi piace molto. Ma il problema sono gli spostamenti: per andare in federazione ho dovuto fare un viaggio di 16 ore in treno con la cuccetta. Quando sono arrivato si sono scusati per il disagio: ma la verità è che non mi fanno mancare nulla.”
L’Ucraina non gioca in casa da quattro anni. Il calcio assume un ruolo diverso?
“Qui per me ci sono i veri eroi sportivi, per come portano avanti il calcio tra mille difficoltà. La capacità di adattamento è enorme, come la passione: una partita può durare anche tre ore, per gli allarmi aerei. Anche per questo la recente semifinale di Europa League raggiunta dallo Shakhtar Donetsk non è stata esaltata a sufficienza. E poi c’è tanta voglia di normalità: il calcio serve anche a non pensare sempre ai problemi.”

Sheva è stato il suo capo allenatore e ora è il suo presidente federale. Ha già capito se vorrà fare lui la formazione?
(ride) “Lui è una persona molto equilibrata che ha una leadership dominante, ancora di più qui in Ucraina perché si sente investito di un ruolo molto forte. Non mi ha messo pressione su nulla e mi sta vicino su tutto: è protettivo e percepisco la sua fiducia. Non c’è dubbio che abbia avuto molto coraggio a scegliermi. E il progetto è più ampio, vogliamo creare anche una scuola di allenatori per far crescere tutto il calcio ucraino.”
Con Leonardo che ha introdotto la video analisi al computer, lei si è fatto strada: c’è un pregiudizio nel calcio italiano per le novità?
“Leo era un visionario e abbiamo iniziato un lavoro di video analisi molto moderno, un sistema oggi indispensabile, che non snatura di certo l’identità di un allenatore. La usano tutti e il problema forse riguarda di più la percezione dall’esterno: quasi come se si perdesse il senso della tradizione. Ma non è così.”
L’Italia non va ai Mondiali ma esporta tanti allenatori, da Ancelotti a De Zerbi, di cui lei è stato vice. Che ne pensa?
“La nostra scuola è sempre molto quotata e ammirata per la sua creatività, che andrebbe esaltata di più anche nel nostro Paese. Abbiamo tanti allenatori molto bravi, ma ci mancano i giocatori. E sono sempre loro che fanno la differenza.”