Conte ha avuto ragione su molte cose, i bilanci facciamoli coi numeri non con le parole
Quando è arrivato Conte, chi non avrebbe firmato per scudetto e secondo posto? Meno opinionismo, please. E prima di lui il disastro del decimo posto.

Db Bergamo 22/02/2026 - campionato di calcio serie A / Atalanta-Napoli / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Antonio Conte
Steveme scarz’! Ci mancava solo lui nel coro delle “capere” che soffiano pettegolezzi e maldicenze su Antonio Conte nei vicoli scuri dei social network. Un milanese che dice di amare Napoli e spara ‘nciuci spacciandoli per notizie, con l’unico obiettivo di fare soldi e avere i suoi quotidiani 15 minuti di celebrità. Come se non bastasse il clima già avvelenato dai giochisti incalliti e dai depositari della napoletanità in purezza. Per fortuna a noi emigranti è risparmiata la navigazione nel fiume di chiacchiere delle tv private: ci arriva solo lontana l’eco delle analisi degli allenatori da dopolavoro ferroviario. D’altronde l’opinionismo è croce e delizia del calcio, già molti anni prima dell’avvento di Facebook e Tik Tok.
Cerchiamo di parlare di Conte partendo dai numeri
Di recente un gruppo di ricercatori e docenti italiani ha lanciato un appello (sottoscritto già da oltre 300 scienziati) perché si parli di Intelligenza artificiale a partire dai dati scientifici, lasciando da parte le favolette fuorvianti delle macchine che possono essere allenate a provare sentimenti. Certo il calcio non è mai stata una scienza esatta, ma proviamo a parlare del Napoli di Conte con qualche numero alla mano: due anni, uno scudetto, una Supercoppa italiana, un secondo posto (raggiunto al netto di una trentina di infortuni), un’uscita dalla Champions alla fase a gironi (vedi parentesi precedente), due uscite (agli ottavi e ai quarti) dalla Coppa Italia. Tutto questo a fronte di oltre 300 milioni spesi in 4 sessioni di mercato da don Aurelio, che rimane alla guida di una società con conti solidissimi.

È arrivato dopo il decimo posto Garcia-Mazzarri-Calzona
La domanda è d’obbligo: chi non ci avrebbe messo la firma alla fine della sciagurata stagione del decimo posto con Garcia-Mazzarri-Calzona? Ha ragione Conte quando dice che dopo un po’ di tempo si ricordano solo le vittorie e le serate di festeggiamenti (anche se a me, emigrato in riva all’Arno, brucia ancora quel 3-0 vissuto al Franchi nell’anno dei 91 punti); ha ragione e ha avuto ragione su molte cose Antonio Conte: anche quando ha cercato di portare il motore della macchina Napoli al massimo dei giri, non sempre seguito e non sempre capito. Ma ha sempre tenuto fede con coerenza e tenacia a quel “amma faticà” con cui si è presentato nell’estate del 2024.
E ora? Napoli, si sa, non è una città facile da vivere per chi ci è nato, figuriamoci per chi ci arriva per lavorarci (ben pagato, bisogna ammetterlo, nel caso di Conte). Ti abbaglia, ti ammalia, ti seduce, ma è capace anche di paralizzarti, svuotarti. Come una sirena, appunto. E se l’allenatore dovesse decidere di andare via – speriamo ancora che non sia questo l’epilogo – lo capiremmo. E lo ringrazieremmo per la franchezza e la lealtà dimostrate (e non con i tatuaggi a favore di telecamera). Poi, se proprio bisogna fare una lista di suoi possibili sostituti, partirei – visto che Maresca oramai pare destinato al City – da Vincenzo Montella (impegnato ai Mondiali come ct della Turchia) o da Fabio Grosso. Sarri no, per carità: proprio perché a me, emigrato in riva all’Arno, fa ancora male quel 3-0 vissuto in tribuna al Franchi (tripletta del Cholito) nell’anno dei 91 punti.