La maratona dei record apre il dibattito sul doping tecnologico

Ne scrivono, tra gli altri, il Telegraph e il Paìs. Dietro il mostruoso tempo di Sawe (meno di due ore) ci sono le super scarpe Adidas e i gel di glucosio-fruttosio. Lui comunque sottoposto a 25 test anti-doping in due mesi

La maratona dei record apre il dibattito sul doping tecnologico

Kenya's Sabastian Sawe poses with his new world record time written on his running shoe at the finish of the 2026 London Marathon in central London on April 26, 2026. Kenya's Sabastian Sawe broke the two-hour mark for the first time in history on Sunday in winning the London Marathon.

Quando Adidas ha spedito a Sabastian Sawe la scatola con le sue nuove Pro Evo 3, il keniano ha pensato che fosse vuota. Meno di 100 grammi a scarpa. Placca di carbonio. Schiuma che sembra aria. Il corridore che ha fermato la storia domenica a Londra ha corso la maratona più veloce di tutti i tempi con ai piedi la metafora perfetta di quello che sta diventando la maratona moderna: un’impresa sempre più straordinaria, costruita su fondamenta sempre più invisibili.

Le accuse di doping nella maratona di Londra

Un’ora, cinquantanove minuti e trenta secondi alla quarta maratona in carriera. Davanti a 800.000 persone sul Mall, il 31enne keniano ha polverizzato il record mondiale di 65 secondi, ha accelerato in vista del traguardo come se stesse facendo un allungo finale sugli 800 metri, e ha risposto a una delle domande fondamentali dello sport: fin dove può spingersi un corpo umano? Il suo allenatore, l’italiano Claudio Berardelli, 22 anni passati in Kenya ad allenare atleti d’élite, ammette candidamente di star ancora scoprendo chi sia Sawe: “Ho pensato di aver visto praticamente tutto. Poi Sebastian ha iniziato a mostrarmi qualcosa che credevo quasi impossibile”.

Sawe ha corso con scarpe progettate da un esercito di ingegneri, ingerendo 115 grammi di carboidrati l’ora in flaconcini di gel fruttosio-glucosio ottimizzati, con Adidas e Maurten che avevano mandato i loro tecnici in Kenya “così tante volte”, come dice lo stesso Berardelli, per mettere a punto ogni variabile. Non si tratta di sminuire l’impresa – con quelle scarpe ai piedi, la maggior parte degli esseri umani faticherebbe a reggere trenta secondi al ritmo medio di Sawe (una velocità che molti tapis roulant da palestra nemmeno raggiungono). Ma questa non è solo una storia romantica di talento e carattere, sottolineano un po’ tutte le analisi della stampa internazionale, dal Telegraph al Paìs.

Le indagini dell’antidoping e i tempi di copertura

La maratona è diventata, nel giro di un decennio, il palcoscenico più glamour dell’industria dello sport-tech. Nike ha aperto la strada con Kipchoge a Rio 2016, trasformandolo in un’icona quasi mistica – “No human is limited” – e vendendo contemporaneamente la tecnologia che rendeva i suoi limiti meno umani di quelli di chiunque altro. Adidas ha inseguito e domenica ha sorpassato. Il risultato è un ecosistema dove il confine tra atleta e prodotto è diventato sottile come la suola di una Pro Evo 3. Berardelli lo dice senza imbarazzo: “Siamo nella nuova era della maratona grazie alle scarpe e a una corretta alimentazione”.

Resta la domanda che il sistema sportivo continua a evadere con una certa eleganza: quando un record dipende in misura non trascurabile dall’equipaggiamento, cosa stiamo esattamente misurando? La risposta, forse, è che non importa più.

Il Paìs azzarda un accostamento: a maggio si terranno a Las Vegas gli Enhanced Games, competizioni in cui il doping sarà consentito e sistematizzato, con l’obiettivo dichiarato di vendere anabolizzanti su Internet. Gli organizzatori sostengono di voler “esplorare i limiti del rendimento umano”. La maratona delle super scarpe e dei gel ha già risposto alla stessa domanda, solo con un reparto marketing più sofisticato e una reputazione più presentabile.

Nel frattempo, sia chiaro, Sawe ha definito il doping un “cancro”, si è sottoposto a 25 test antidoping in due mesi.