La Fifa vuole obbligare i club a schierare in campo sempre almeno un under 21. Una specie di “lodo Serie A”

Una regola che varrebbe in tutto il mondo, per ora ne stanno solo parlando. Ma indicherebbe almeno una via

Yamal

Barcelona's German coach Hans-Dieter Flick hugs Barcelona's Spanish forward #10 Lamine Yamal as he is substituted due to an injury during the Spanish league football match between FC Barcelona and RC Celta de Vigo at Camp Nou stadium in Barcelona on April 22 , 2026. (Photo by Josep LAGO / AFP)

La Fifa ha avuto un’idea. Non una grande idea, non un’idea originale, ma un’idea: obbligare i club di tutto il mondo a schierare sempre almeno un giocatore under 20 o under 21 in campo. Una cosa che in una visione italocentrica del calcio pare quasi fatta a posta per noi: visto che non siete in grado ve lo imponiamo, di usare sti benedetti giovani.

Il consiglio della federazione, riunito a Vancouver a 44 giorni dall’inizio del Mondiale, ha approvato all’unanimità l’avvio di una consultazione globale sul tema. Una consultazione, per ora – non una norma, non una scadenza, non una sanzione. Una conversazione istituzionale con “tutti i soggetti interessati”, da sottoporre nuovamente al consiglio “entro il prossimo anno”. Con calmissima.

I giovani non giocano, e non solo in Serie A

Dietro la consueta burocrazia della Fifa c’è una diagnosi corretta: i giovani calciatori non giocano. Non nei grandi club, non nei campionati che contano, non nelle partite che formano. Non è mica un problema solo italiano. In Premier League – scrive il Telegraph – nessun club ha schierato un under 21 inglese in nessuna partita di questa stagione. Sono impieghi sporadici.

La Serie A è il 49esimo campionato al mondo su 50 per minuti giocati da Under 21 selezionabili per la Nazionale. Il 67,9% dei minuti totali in Serie A è stato giocato da stranieri nell’ultima stagione, il sesto peggior dato in Europa, peggio della Francia, peggio della Spagna, peggio di campionati che nessuno cita come modelli di sviluppo giovanile. L’Italia è ultima tra i grandi paesi europei per ricavi generati dai trasferimenti internazionali di giocatori formati in casa. Che è poi la faccia nascosta del nostro problema: i vivai italiani evidentemente non producono giocatori che il mondo vuole comprare, e quelli che producono non trovano spazio per dimostrare il contrario.

La Fifa indica la via

La crisi in Italia ha prodotto solo diciassette bozze di riforma dei campionati, tutte naufragate, e un disegno di legge parlamentare che propone di commissariare la Federcalcio. La proposta Fifa non risolverebbe i nostri problema, ma segnerebbe una strada.

La Premier League ha già l’obbligo di includere otto giocatori “homegrown” nelle rose da 25, ma questa imposizione non ha impedito ad Arsenal e Liverpool di ignorare sistematicamente i giovani nelle formazioni titolari. Le regole sui vivai esistono da anni in tutta Europa.

Il Times non è d’accordo (eufemismo)

“Come fa la Fifa in quella specie di circo che è diventata oggi, a concepire idee del genere?”, si chiede sobriamente il Times. “Cominciamo dall’ovvio. Chi non vorrebbe vedere i giovani calciatori avere le migliori opportunità di crescita, con un percorso concreto verso la prima squadra? Nessuno, naturalmente. E se poi hanno legami con la comunità locale del loro club, ancora meglio”. Ma “nonostante tutti i suoi difetti, il calcio è una delle meritocrazie più pure al mondo. Uno sport in cui il talento prevale sul privilegio. Qualsiasi modifica al regolamento che predetermini la selezione dei giocatori in prima squadra, per quanto modesta, mina immediatamente l’integrità di questo sistema”.

Per il Times “si aprirebbe un vaso di Pandora. Cosa succederebbe se un giocatore cresciuto nel vivaio si infortunasse, venisse espulso o dovesse essere sostituito perché sta giocando malissimo? Potrebbe l’allenatore dover effettuare due sostituzioni contemporaneamente (una per rimpiazzare il giocatore cresciuto nel vivaio, a meno che la squadra non si trovi nell’improbabile situazione di averne due che giocano nella stessa posizione, e un’altra per reinserire un giocatore cresciuto nel vivaio in un’altra posizione del campo)?”.

E ancora: “Sono state prese in considerazione, anche solo fugacemente, le implicazioni per il mercato dei trasferimenti, dato il modo in cui i club dovrebbero riorganizzare le proprie rose per affrontare un simile scenario? Il calcio si è già impantanato in un nodo gordiano di regole finanziarie arbitrarie che hanno gonfiato enormemente il valore dei giocatori cresciuti nel vivaio, considerati “puro profitto” in termini contabili. È difficile immaginare che questa idea possa fare altro che mercificare ulteriormente il talento prima ancora che raggiunga la maggiore età, introducendo per giunta un brusco calo di valore a 21 anni”.

E non ultimo: “l’orgoglio professionale. Nessun giocatore, di qualsiasi età, vuole essere selezionato per un motivo diverso dal fatto di meritarselo“.

Il Napolista è un giornale on-line di opinione, nato nel 2010, che si occupa prevalentemente di calcio e di analizzare quel che avviene dentro e soprattutto attorno al Napoli.

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