Da quando Terry è un fascista? Molti ex calciatori si radicalizzano perché si sentono irrilevanti
La leggenda del cacio inglese è finito nell'imbuto di internet, appoggiando le deportazioni di massa degli stranieri. Non è l'unico caso. E non è un caso, scrive il Guardian

Londra (Inghilterra) 21/05/2017 - Premier League / Chelsea-Sunderland / foto Panoramic/Insidefoto/Image Sport nella foto: John Terry
Davvero è sempre stato così e non se n’erano accorti? Davvero “è possibile, in effetti, che John Terry sia sempre stato un simpatizzante dell’estrema destra?“. Se lo chiede sul Guardian, con il suo (premiatissimo) stile irriverente Jonathan Liew, analizzando questa strana deriva di un calciatore simbolo in Gran Bretagna, un “capitano-leader-leggenda” che adesso fa una certa fatica nella sua carriera da allenatore.
L’ultima che ha combinato? Ha appoggiato un post su Instagram di Rupert Lowe, di Restore Britain, che chiedeva che agli “stranieri” fosse vietato richiedere sussidi e che venissero deportati i “migranti incapaci di mantenersi economicamente”. “Sì al 100%”, ha commentato Terry. Insomma: un razzista che promuove la re-immigrazione.
Non è l’unico caso
Come spesso fa, Liew tira fuori dalla questione un problema generale che riguarda gli atleti d’élite: si spronano sempre a vicenda, alzando costantemente l’asticella. Perché ovviamente Terry mica è l’unico.
Terry in questo caso esprime approvazione per il membro del Parlamento più di destra possibile, uno che di recente ha pubblicato un opuscolo intitolato “Deportazioni di massa” in cui delineava piani per l’allontanamento di milioni di quelli che lui definisce in modo molto ambiguo “migranti illegali”. Un mese fa, Lowe aveva chiesto il divieto del burqa, il divieto di segnaletica in lingue straniere nelle stazioni della metropolitana di Londra e aveva lanciato un appello per “riprenderci la nostra capitale”. Terry aveva risposto con delle emoji di applausi.
Liew fa anche l’esempio di Matt Le Tissier che discuteva con Grok sulle scie chimiche. Naturalmente, Le Tissier è sparito nel nulla qualche anno fa, scandalizzato dai vaccini contro il Covid e dall’identità digitale, diffondendo una teoria del complotto secondo cui il massacro di cittadini ucraini a Bucha da parte dei russi sarebbe stato una messinscena. Prima che la nuora diventasse una star di Onlyfans. Poi è rispuntato al Southampton in veste di consulente del consiglio di amministrazione. Non è cambiato. “Ciò che è cambiato – scrive Liew – è il contesto culturale che lo circonda, un panorama in cui le tesi dell’estrema destra sono ormai all’ordine del giorno, in cui opinioni un tempo considerate inaccettabili vengono trattate come contributi preziosi al dibattito.
E così Rickie Lambert può inveire contro la “schiavitù digitale” condividendo post su una “rete di sette globali”, chiedendo che tutti coloro che sono coinvolti nella campagna vaccinale vengano incarcerati. Joey Barton è ancora infuriato contro le bande di sfruttatori sessuali. Jonjo Shelvey ha elogiato le virtù di Dubai in interviste ai giornali, affermando di non sentirsi più al sicuro a Londra, nonostante ora viva in una città recentemente colpita da missili iraniani.
E forse non è un caso
Per Liew forse “l’ex calciatore è particolarmente suscettibile a questo tipo di radicalizzazione, avendo trascorso praticamente tutta la vita adulta in una sorta di gabbia dorata, vivendo secondo le dure e semplici certezze della performance e dell’auto-ottimizzazione, prima di ritirarsi ed essere costretto a guardare in faccia l’irrilevanza. Per alcuni, evidentemente, l’unico modo per ricreare quell’ebbrezza di adorazione immediata è attraverso le siringhe di dopamina dei social media, dove le rigide convenzioni sociali possono essere aggirate in tutta sicurezza, dove si è ancora amati e adorati, dove si può vivere come una leggenda in eterno”.