Alcaraz ha confuso lo sport col feudalesimo, vorrebbe che gli avversari lo lasciassero vincere
Alcaraz ha manie di persecuzione: "Contro di me diventano tutti Federer". Vorrebbe vincere per vassallaggio: la negazione della competizione
Spain's Carlos Alcaraz hits a return to Australia's Alex De Minaur during their men's singles quarter-final match on day ten of the Australian Open tennis tournament in Melbourne on January 27, 2026. (Photo by WILLIAM WEST / AFP)
Arthur Rinderknech non poteva sapere che di lì ad un paio di set sarebbe passato da essere un onesto tennista impronunciabile a Roger Federer. La percezione distorta che il suo avversario – un Carlos Alcaraz fuor di sè – stava proponendo ai giornalisti in una conferenza stampa abbacinate. Aveva detto proprio così, Alcaraz: “Contro di me diventano tutti Federer”, pure il malcapitato francese Rinderknech. “Mi viene da dire che sto giocando contro Roger Federer a ogni turno. Capita spesso che giochino a un livello davvero incredibile. Ho quasi la sensazione che succeda sempre contro di me”. Era l’aperitivo di un fantasma psicologico, che alcuni avevano intercettato superficialmente come lo stordimento momentaneo del campione.
E invece: Alcaraz a Indian Wells è uscito subito dopo, con Daniil Medvedev; poi a Miami è stato buttato fuori da Sebastian Korda. E ha ripreso il filo mentale con la sindrome d’accerchiamento che aveva palesato qualche giorno prima. In campo pareva ridimensionato, ridotto a piccinerie isteriche da quarta categoria: “Non ne posso più, voglio andarmene a casa subito”. E, dopo, di nuovo la litania: con me fanno tutti i fenomeni.
Alcuni hanno immediatamente collegato questo smarrimento alla mancanza di Ferrero: ecco a cosa servono i supercoach. Perché sei sì il numero 1 al mondo contrastato solo dal numero 2, Sinner. Ma sei anche un ragazzo di 22 anni che negli ultimi mesi dev’essersi convinto dell’impossibilità aritmetica della sconfitta prima di una qualsiasi finale. La vittoria come pre-condizione non eventuale. Un artefatto patologico.
Alcaraz si sta lasciando andare ad una mania di persecuzione che può osservarsi in cattività solo nelle curve più sceme del calcio. E’ un mantra che a Napoli conosciamo benissimo: “tutti fenomeni contro di noi”. Mai nessuno che arrivi – natura chiama – già sconfitto, prostrato. Chiedendo perdono per la perdita di tempo.
Ma se il tifoso fa di mestiere il tifoso, Alcaraz è il numero uno del mondo del tennis. E’ nato e cresciuto nello sport, nella competizione. Non è un’educazione, la sua: è uno sviluppo mutuale con la nozione di concorrenza. Il senso stesso di tutto quel che fa è nell’ammettere che un avversario esiste e che ha in partenza pari dignità. Altrimenti non è sport, è vassallaggio: la faccia di tutti i Rinderknech della classifica Atp sotto i suoi piedi, “e puoi muoverti quanto ti pare e piace e noi zitti sotto”.
Come ha scritto Paolo Bertolucci sulla Gazzetta “Carlos dovrebbe sapere che questa è la croce che si portano addosso i più forti”, e lo sa benissimo. Il problema semmai – che è poi la vera crepa interessante di una traiettoria invece finora quasi noiosa – è che la croce gli pesa eccome. Gioca sovraccarico, e si espone al pensiero negativo – il vero mostro invisibile del tennis: non è tanto come gioco io, è lui che non dovrebbe tenermi testa. Ma soprattutto: come si permette?
Banalmente Alcaraz è passato dalla fase dell’invincibilità presupposta a quella successiva del contenimento del danno: non sono io che perdo, sono gli altri che fanno i fenomeni. Non sono ammesse deminutio: la realtà è sostituita dalla sua interpretazione. L’Alcaraz che non può perdere è la versione che rischia di farlo per davvero.