Lindsey Vonn è l’ennesima conferma che una cosa è lo sport degli atleti e un’altra è la narrazione che se ne fa
È come il paradosso di Achille e la tartaruga. Sono mondi che non si incontrano. È impossibile immedesimarsi in chi sceglie di vivere al limite. Le parole di Vonn rispecchiano un’altra dimensione

Third-placed US Lindsey Vonn celebrates on the podium after competing in the women's downhill race part of the FIS Alpine Ski World Cup 2025-2026, in Val d'Isere, south western France, on December 20, 2025. (Photo by Jeff PACHOUD / AFP)
Lindsey Vonn è l’ennesima conferma che una cosa è lo sport degli atleti e un’altra è la narrazione che se ne fa
Da domenica mattina, sui principali giornali mondiali Lindsey Vonn è uno degli argomenti più trattati. È stata per distacco la principale protagonista delle Olimpiadi. Fuoriclasse assoluta, vera diva dello sci (più della Shiffrin, è più personaggio della Shiffrin), a 40 anni, dopo il ritiro, ha deciso di tornare sulle piste proprio per vincere un altro oro olimpico, oltre a quello conquistato a Vancouver nel 2010 in libera. Vonn è tornata alle gare lo scorso anno ed è bene ricordare che in Coppa del Mondo dal suo rientro ha vinto due volte (in discesa) e cinque altre volte è finita sul podio. Parliamo di un’atleta molto competitiva anche al suo rientro. Non di una trovata pubblicitaria penosa come fu ad esempio il ritorno di Borg che a Montecarlo prese 6-2 6-2 dal modesto Arrese.
È successo che nella discesa libera di Crans-Montana, alla vigilia delle Olimpiadi, gli organizzatori hanno allestito una pista molto pericolosa (la gara infatti è stata annullata) e Lindsey è caduta e si è rotta il legamento crociato anteriore. Ma la fuoriclasse statunitense non si è arresa. Ha annunciato che avrebbe ugualmente gareggiato. E in effetti nelle prove non era andata neanche male. Domenica mattina era considerata una delle favorite. Ma la sua gara è durata pochi secondi. Ha toccato una porta, si è girata, ha fatto un gran volo e si è sfasciata la tibia.
Da quel momento, è stato un susseguirsi di articoli, soprattutto editoriali, in cui Vonn è stata più o meno descritta come un’incosciente, una spericolata, certamente non un modello da seguire. E così via. Tranne rare eccezioni, come il Guardian. Che di fatto è come se avesse anticipato le parole della fuoriclasse che da domenica è già stata operata due volte alla tibia (ha subito una frattura scomposta) e altre dovrà subirne. Ieri sera, Vonn ha rotto il silenzio e ha comunicato sui social, quindi direttamente ai suoi tifosi e appassionati. Ed è stata tutt’altra musica. Vonn ha innanzitutto detto che l’infortunio al legamento non c’entra niente con quel che le è successo. Ma soprattutto ha offerto il punto di vista di chi vive di sport. Di chi è atleta. Il messaggio è che se tornasse indietro, lo rifarebbe. Perché lei inseguiva un sogno e se non fai di tutto per realizzare i tuoi sogni, è come se non vivessi. Ci sono frasi bellissime che lei scrive: “it was just life”. È solo la vita. “Ci ho provato, ho sognato, è andata male”. E ancora: “l’unico fallimento è non provarci”.
Ci proietta in una dimensione altra rispetto ai fiumi di parole (in Italia pochi, in Italia si parla soprattutto di italiani, di Tomba che fa i dispettucci a Goggia e così via) che gli opinionisti quasi sempre moralisti hanno scaricato attraverso le loro tastiere. Il motivo è semplice. Zenone potrebbe spiegarcelo meglio. Quello dell’atleta e quello del giornalista-commentatore sono mondi che non si incontrano. Si nutrono di umori e di pensieri lontani anni luce. Il giornalista (quindi anche noi) prova a razionalizzare, a portare nella sua dimensione la vita agonistica di un atleta. Non potrà mai riuscirci. Così come Achille non raggiungerà mai la tartaruga. Il giornalista avrà sempre la visione di chi fa una vita così così (per dirla alla Vecchioni). Non assaporerà mai l’adrenalina che provano gli agonisti. Non potrà mai immedesimarsi in chi ha scelto di vivere al limite (e al limite vivono tutti gli agonisti di primo livello, per qualsiasi disciplina). In chi, da un letto d’ospedale, è fermamente convinta di aver fatto la scelta giusta. Perché nell’altra vita, quella senza adrenalina, si sentiva tremendamente infelice. Peggio, si sentiva senza ossigeno.
Questo fossato tra sport agonistico e narrazione esiste per ogni disciplina. Basti pensare al tentativo dei media italiani di ripetere all’infinito che Sinner, nonostante la sconfitta, ha totalizzato più punti di Djokovic. È una forma di normalizzazione dello sport. Oseremmo dire di travisamento. Un travisamento inevitabile, fisiologico. È come per le traduzioni. Nel passaggio dal sudore al commento, il senso della performance viene modificato, se non stravolto. Nel calcio raggiunge livelli siderali, con la riduzione di uno sport meraviglioso a numerini. Probabilmente è inevitabile. L’agonismo e il giornalismo sono mondi che non si incontrano. A meno che, alla maniera di Gianni Minà, di Norman Mailer, non si scelga di immedesimarsi nel protagonista e nel provare a far emergere l’uomo e l’atleta nella sua complessità. Qualsiasi tentativo di tradurlo e spiegarlo, equivale a una strambata concettuale.











