Di fronte alla violenza degli interisti a Cremona e sul treno, Carnevali “si incazza” per l’incasso del suo Sassuolo

Il calcio sarà anche un'industria, e lo è, ma finché il business conterà più delle persone, la violenza non sarà una deviazione: sarà parte integrante del gioco.

Marotta CARNEVALI

Db Milano 26/07/2017 - presentazione calendari serie A 2017-2018 / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Giovanni Carnevali-Giuseppe Marotta-Carlo Tavecchio

Di fronte alla violenza degli interisti a Cremonese e sul treno, Carnevali “si incazza” per l’incasso del suo Sassuolo

Nel dibattito seguito ai fatti di Cremona e alla possibile sospensione delle trasferte per i tifosi dell’Inter (fino al 23 marzo), colpisce meno la misura in sé che la reazione di una parte del mondo del calcio. Le parole di Giovanni Carnevali, amministratore delegato del Sassuolo, sono emblematiche di un problema più profondo: la difficoltà, se non l’incapacità, di affrontare la violenza negli stadi come una questione morale prima ancora che economica.

Il contesto è noto e drammatico. Quattro persone sono state ferite dai tifosi dell’Inter di ritorno a Milano, un calciatore è rimasto coinvolto in un grave incidente in campo a causa di un petardo lanciato dagli spalti, episodio che riporta al centro il tema della sicurezza e del ruolo dei gruppi ultras. Eventi che, in qualsiasi altro ambito sociale, imporrebbero silenzio, riflessione e una presa di posizione netta. Nel calcio, invece, il primo argomento che emerge nel dibattito pubblico è spesso un altro: il mancato incasso.

Non è in discussione che il calcio sia anche un’industria e che i dirigenti abbiano il dovere di tutelare la sostenibilità economica dei club. Il problema nasce quando, di fronte a fatti di estrema gravità, la gerarchia delle priorità appare rovesciata. Quando la preoccupazione principale diventa la perdita economica e non la perdita di vite umane, l’incolumità delle persone o la responsabilità morale di un sistema, il messaggio che passa è inquietante: la violenza è condannabile, ma solo finché non incide sugli interessi.

Qui si apre un cortocircuito che mina alla base qualsiasi credibilità nella lotta alla violenza. Da anni si ripete che certi comportamenti sono intollerabili, che gli stadi devono essere luoghi sicuri, che i gruppi violenti vanno isolati. Ma se, nel momento in cui vengono ipotizzate sanzioni concrete, queste diventano improvvisamente “eccessive”, “dannose”, “controproducenti” perché colpiscono il sistema economico, allora la condanna resta solo formale.

Perché la verità, scomoda ma inevitabile, è questa: la violenza negli stadi non sopravvive nonostante il sistema, ma grazie al sistema stesso. Sopravvive ogni volta che viene minimizzata, giustificata, relativizzata in nome di un incasso, di uno spettacolo da salvare, di un equilibrio economico da non disturbare. Sopravvive quando il prezzo della sicurezza viene giudicato troppo alto, mentre quello delle vittime viene rapidamente archiviato.

Un sistema che non è disposto a perdere denaro per difendere la vita, la dignità e la legalità non è un sistema impotente: è un sistema che ha già scelto. E ha scelto che la violenza è un problema solo finché non tocca il portafoglio. In questo scenario, chiedersi quando finirà tutto questo è quasi ingenuo. Non finirà, finché il calcio continuerà a indignarsi a parole e a tirarsi indietro nei fatti. Finché il business conterà più delle persone, la violenza non sarà una deviazione: sarà parte integrante del gioco.

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