All’Inter, negli anni ’60, si facevano di anfetamine: Herrera usava i Primavera come cavie (Guardian)
Il libro-inchiesta di Richard Fitzpatrick è pieno di testimonianze inquietanti. Herrera scioglieva le pillole di Simpamina pure nel caffé. Molti giocatori avevano paura e stavano male

Bildnummer: 00847669 Datum: 24.04.1967 Copyright: imago/Kicker/Metelmann Trainer Helenio Herrera (Inter Mailand) am Ball; DEUTSCHSPRACHIGE SPORTZEITSCHRIFTEN UND -ZEITUNGEN NUR NACH R‹CKSPRACHE, Mfdia, Quadrat, hoch, quer, Trainer, Coach, Schuss, Schufl, schieflen Internazionale 1966/1967 Dynamik, Fuflball L‰nderspiel Herren Mannschaft Deutschland Einzelbild Randmotiv Personen
L’Inter di Helenio Herrera era come “un piccolo ospedale”. Il mitico allenatore dell’Inter usava i giocatori della Primavera come “cavie” per i suoi esperimenti con la droga. Le sue pillole bianche, che faceva assumere a tutti, persino sciogliendole nel caffé, erano anfetamine. Il Guardian pubblica un estratto del libro-inchiesta di Richard Fitzpatrick sul doping della grande Inter degli anni 60 (“HH: Helenio Herrera – Football’s Original Master of the Dark Arts”. Soprattutto la parte con le accuse di Ferruccio Mazzola, fratello di Sandro, che all’epoca era nel settore giovanile.
I segreti dell’Inter di Herrera: i dettagli
“Posso descrivere gli effetti di quelle compresse bianche”, scrisse in un memoriale confessionale. Raccontò di non riuscire a dormire dopo aver preso le pillole di HH. Le allucinazioni lo lasciavano come un pesce rigettato sulla riva di un fiume. “Tremavo tutto. Sembravo un epilettico. Ero spaventato. Inoltre, l’effetto durò per giorni e fu seguito da un’improvvisa, tremenda stanchezza”.
Mazzola racconta detto che molti giocatori erano riluttanti a prenderle, quelle pillole. Seguendo il consiglio dei giocatori più esperti, le nascondevano sotto la lingua e le sputavano nel water. Ma era difficile ingannare HH. “Herrera non si lasciava ingannare così facilmente: le scioglieva nel caffè, controllando il più possibile di persona che prendessimo la medicina prima della partita”.
“Herrera ci incoraggiava a prendere anfetamine, a usare zucchero”, ha detto Egidio Morbello, un giocatore della prima squadra.
“Erano come bombe. Ti davano una vera carica”, ha detto Pierluigi Gambogi, all’epoca giocatore delle giovanili.
La storia di Marcello Giusti
Gli effetti collaterali delle anfetamine possono essere brutali. Il libro racconta la storia di Marcello Giusti il migliore amico di Gambogi. “Era piccolo, un burlone, e giocava come centravanti. Giusti fu convocato per una partita infrasettimanale delle riserve nel 1962, in trasferta a Como. Viaggiò con la squadra ma non giocò. Forse per scherzo o per coercizione, prese una delle pillole bianche che circolavano. Dopo il fischio finale, perse il controllo, si arrampicò sui muri dello spogliatoio e sbavò dalla bocca come un cane rabbioso. Era così fuori di sé che i suoi compagni di squadra pensarono che stesse scherzando. Quando i giocatori salirono sul pullman della squadra, Giusti non c’era più. HH non se ne curò e fece un cenno all’autista di andarsene: “Ci può raggiungere al casello”. Mancavano 2 km all’autostrada. Giusti partì di corsa. Fortunatamente, il pullman era bloccato nel traffico”.
La Federcalcio introdusse i controlli antidoping per la stagione 1961-62, ma “c’erano mille modi per farla franca”, dice Franco Zaglio, uno dei centrocampisti dell’Inter. Per le competizioni europee, non c’erano controlli antidoping.
“Per i controlli antidoping in Italia, a un giocatore dopato che si sottoponeva al test venivano consegnate fiale di urina di un giocatore “pulito” – spesso un sostituto. Oppure HH proponeva un giocatore come Egidio Morbello perché sapeva che era pulito. Le squadre di Serie A facevano di tutto per ingannare i test”.
Il doping in Serie A
Nel libro si parla di doping generalizzato, in Serie A. Sandro Mazzola all’epoca ruppe con il fratello Ferruccio per le accuse, ma adesso, continua il libro, la sua posizione si è ammorbidita: “C’era un massaggiatore nello staff di Herrera che era un mio caro amico. Siamo cresciuti insieme giocando a calcio. Mi ha raccontato tutto. Mi ha raccomandato di non prendere quelle compresse, ma Herrera non poteva farmi vedere mentre le evitavo, quindi mi mettevo la compressa sotto la lingua, fingendo. Il massaggiatore era quello che ti dava le compresse, ma Herrera era lì anche per controllare che tutti le ingoiassero. Io stavo lì, con la compressa sotto la lingua, senza fare nulla – poi, non appena lui si allontanava, la mettevo dentro uno degli scarponi. Portavo sempre con me quattro paia di scarponi, per ogni tipo di campo, condizioni di pioggia, superficie dura e così via. Ricordo di aver portato quelle compresse a casa. Andavo da un altro massaggiatore a Como – si chiamava Ferrario – perché un anno prima avevo avuto un problema muscolare difficile da guarire, ma Ferrario me l’aveva risolto. Così, continuavo a vederlo per i massaggi e, una volta, presi le compresse con me e gli chiesi: ‘Puoi controllare cosa c’è dentro così me lo dico? Forse non è niente’. Dopo una settimana, Ferrario volle parlarmi: ‘Grazie a Dio, non le hai prese – è Simpamina (il nome commerciale delle anfetamine vendute da un’azienda farmaceutica in Italia negli anni ’60, ndr), disse. ‘Avresti potuto svenire mentre correvi! Ha effetti collaterali molto forti. È pericoloso’. Da allora, non ho preso nient’altro”.











