Toni Nadal: “Le tenniste hanno ragione sulla privacy, l’intrattenimento si sta mangiando lo sport”
Lo zio-mentore di Rafa: "Ai nostri tempi c'erano pochissime telecamere, ora siamo in un'epoca in cui la performance conta più della sostanza"

Coco Gauff of the US serves during a practice session in Melbourne on January 16, 2026, ahead of the Australian Open tennis tournament starting on January 18. (Photo by William WEST / AFP) / -- IMAGE RESTRICTED TO EDITORIAL USE - STRICTLY NO COMMERCIAL USE --
La protesta delle tenniste “dello zoo di Melbourne“, per l’eccessiva esposizione e la mancanza di privacy a cui sono sottoposti i giocatori a causa della proliferazione di telecamere ovunque, non solo in Australia, ha colpito anche Toni Nadal. Lo zio-mentore-coach di Rafa ci ritorna nella sua rubrica sul Paìs. E scrive: “Capisco perfettamente il disagio che devono provare nell’essere osservati in ogni momento, sapendo, inoltre, che qualsiasi errore, per quanto umano, personale o insignificante, sarà ampiamente pubblicizzato e sottoposto a scrutinio, se non addirittura a scherno”.
“Ricordo che, negli anni in cui accompagnavo Rafael, le telecamere erano posizionate quasi esclusivamente in prossimità dei campi centrali; ovvero, al loro ingresso. L’interesse dei tifosi, e posso capirlo, si limitava alla possibilità di osservare i giocatori in quei momenti prima di scendere in campo, quando la loro serietà, la loro concentrazione o i loro rituali particolari preparavano il terreno per la partita che sarebbe iniziata di lì a pochi minuti. Oggi, tuttavia, l’interesse di alcuni media e tifosi va ben oltre l’ambito strettamente sportivo. Anzi, direi addirittura che, a volte, sembra che si presti più attenzione a tutto ciò che accade perifericamente che all’evento”.
“Viviamo in un mondo in cui si richiede uno spettacolo sempre più ampio e completo. Sembra che l’obiettivo finale sia il puro intrattenimento, qualunque esso sia. Se a questo aggiungiamo la convinzione diffusa che, se i contenuti sono richiesti in modo generalizzato, la richiesta sia legittima e debba essere soddisfatta, siamo arrivati al punto di considerare normale anche ciò che non dovrebbe esserlo, e di non preoccuparci di calpestare il diritto fondamentale alla privacy di chiunque. Indubbiamente, viviamo in una società che Mario Vargas Llosa ha giustamente definito “La civiltà dello spettacolo”, dove la performance conta più della sostanza”.







