La sufficienza di Fabregas nei confronti del risultatismo è l’ultimo atto di arroganza dei nuovi depositari della verità nel calcio

Siamo andati oltre l'inversione dell'onere della prova. Chi vince, deve giustificarsi se non vince con i canoni oggi imperanti.

Fabregas pagelle, como

Ni Napoli 01/11/2025 - campionato di calcio serie A / Napoli-Como / foto Nicola Ianuale/Image Sport nella foto: Cesc Fabregas

Sembra soltanto una banale risposta stizzita quella data da Fabregas a Dazn dopo Como-Milan 1-3: «È finita 1-3, il risultatismo che piace tanto qua». Aggiungiamo che il povero Marcolin dagli studi di Dazn ha dovuto quasi giustificarsi: come ha osato elogiare il risultato. Siamo in piena inversione dell’onere della prova. Siamo al ribaltamento culturale. Fabregas, forte della propria arroganza e del consenso che ormai tracima attorno a una determinata idea di calcio, non abbassa le orecchie dopo la sconfitta casalinga. No, rilancia. I veri vincitori sono quelli del Como (che non sono affatto la provinciale povera, lo diciamo per qualche animale da tastiera), il problema – sembra voler affermare Fabregas – siamo noi italiani che ancora apprezziamo il risultato. Poveri ignoranti trogloditi che non riconosciamo la superiorità del calcio espresso dalla sua squadra. Non solo. Fabregas a Sky ha anche aggiunto: «Il Como ha fatto settecento passaggi, il Milan duecento».

Questa non l’avevamo mai ascoltata. Ci era toccato sorbirci la misurazione delle partite col possesso palla, con gli expected goals. Fin qui, mai col numero di passaggi. E qui, al numero di passaggi, occorrerebbe chiamare in causa il vecchio capo indiano Estiquatsi. Ma sarebbe sbagliato deridere l’atteggiamento del tecnico del Como. Le sue sono risposte che rendono l’idea della trasformazione che ormai è avvenuta nella narrazione calcistica. La rabbia di Fabregas deriva dal fatto che il risultato non ha rispecchiato quello che secondo lui – e secondo tanti pseudo-osservatori calcistici – è stato l’andamento della partita. Non una parola sugli errori commessi dal Como in occasione delle reti del Milan. Non un accenno di autocritica, se non quella vuota modello “le sconfitte aiutano a crescere”.

Temiamo che il calcio si stia avvicinando sempre più a una proposta che prima o poi arriverà, ossia dotarlo di una giuria. Si arriverà a un sistema temperato: conterà sì il risultato ma non solo quello, ci sarà anche la componente dei giurati. Altrimenti non si spiega questo vasto movimento che si è impossessato del football. Nel tennis, nessun giocatore sconfitto si vanterebbe mai di aver continuato a giocare sempre nello stesso modo fino alla stretta di mano senza aver provato a cercare correttivi che potessero mettere in difficoltà l’avversario. In qualsiasi circolo, ogni maestro allontanerebbe dal campo (e dal circolo) chiunque provasse a giocare ripetutamente sul colpo forte dell’avversario ripetendo “è il mio tennis”. È l’abc dello sport. Di qualsiasi sport. Nessuno nel basket andrebbe a schiacciare in faccia al più alto, e potremmo continuare a lungo. Potremmo scrivere un libro sui tre match-point annullati a Djokovic che hanno cambiato la carriera di Sinner, o sui tre match-point che Alcaraz ha annullato a Jannik a Parigi. Quanto ha contato la tattica in quei sei punti?

Lo sport affascina tanto perché è una metafora della vita. Perché è darwinismo. È capacità di adattarsi all’avversario, di saper essere concavi, resilienti (come ha detto ieri Allegri). Non è solo sfoggio delle proprie doti. Altrimenti sarebbe esibizione. È la differenza tra culturismo e pugilato. Il calcio sta somigliando sempre più alle cosiddette figure delle arti marziali. E questa visione del modo di giocare – che qui definiamo integralista – non ammette contrarietà. Non arretra nemmeno di fronte al risultato. E in questo desolante e deprimente clima culturale, si finisce quasi a deridere un professionista come Allegri che ha il torto di cavare il meglio dalle proprie squadre, di raggiungere gli obiettivi e di vincere anche le partite che sembrerebbero senza speranza. Peraltro Athletic proprio in questi giorni – all’indomani dell’esonero di Xabi Alonso – ha scritto un articolo denso di interesse sulla differenza tra allenatori di un tempo e la nouvelle vague giochista.

Quella del Napolista, o quantomeno del suo direttore, non è una battaglia da bastian contrari. È solo un grido di dolore emesso a futura memoria. Lo sport e lo spettacolo (il presunto spettacolo) non sono sovrapponibili. O almeno non sono nati così. Lo sport è altro dallo sfoggio delle proprie qualità. La nostra è una testimonianza di minoranza. Tutto qua. Tra le altre cose, il pensiero unico mette tanta tristezza.

Fondatore del Napolista, ha scoperto di sentirsi allergico alla faziosità. Sogna di condurre il Bollettino del mare di Radio Rai. E di girare – da regista - un porno intitolato “La costruzione da dietro”. La cultura del like addormenta i neuroni. Vivrebbe in un cinema. Si è convertito alla famiglia: ha una moglie, due figli, un cane. E tre racchette da tennis.

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