Il calcio tira anche su OnlyFans: così le sex workers sfruttano il tifo “malato” per guadagnare di più
Pallone e sesso è sempre un'accoppiata vincente. Sulle piattaforme basta indossare la maglia di una squadra per moltiplicare contatti (e sessismo)

Calcio, lingerie e un sacco di soldi. L’abbinamento più cliché della storia dei luoghi comuni conferma la sua valenza: premiata ditta pallone e sesso. Nell’economia dell’attenzione digitale, il calcio è diventato anche un moltiplicatore di profitti per l’industria dei contenuti per adulti. E negli ultimi anni, sempre più sex worker hanno costruito il proprio brand online legando la sensualità all’identità calcistica: pose con le divise, video reazione alle partite, provocazioni studiate per intercettare una platea prevalentemente maschile e indirizzarla verso piattaforme a pagamento come OnlyFans.
Il meccanismo è semplice, spiega un’inchiesta del New York Times: il calcio offre visibilità, appartenenza, tifo. Il sesso monetizza. Secondo chi lavora nel settore, indossare una maglia di club – soprattutto di squadre con una fanbase ampia e fedele – aumenta drasticamente follower, engagement e guadagni. Una strategia che trasforma il tifo in leva commerciale e il merchandising in strumento di marketing erotico.
The Athletic, il giornale sportivo del Nyt, ha raccolto le esperienze di diverse creator per cui il calcio è parte integrante della propria presenza online. I percorsi sono diversi, ma i punti di contatto numerosi: l’ingresso nel settore spesso nasce da difficoltà economiche, precarietà lavorativa o necessità familiari; i guadagni possono essere elevati, ma riguardano una minoranza; l’esposizione pubblica porta con sé stigma, attacchi personali e conseguenze difficili da gestire fuori dal mondo digitale.
Alcune raccontano di aver trovato indipendenza economica, controllo sui tempi di lavoro e libertà creativa. Altre sottolineano il prezzo pagato: rapporti familiari compromessi, isolamento, difficoltà a immaginare un futuro professionale alternativo. In particolare, l’intreccio con il calcio amplifica tutto: visibilità, profitti, ma anche indignazione e ostilità. Le divise diventano catalizzatori di polemiche, accuse di opportunismo, moralismi e spesso di sessismo esplicito.
Il caso più emblematico è quello di chi ha legami diretti con il mondo del calcio professionistico: cognomi noti, club storici, tifoserie pronte a trasformare la curiosità in consumo. In questi casi, l’elemento calcistico non è un semplice costume, ma un acceleratore narrativo che rende il personaggio virale e, al tempo stesso, difficilmente “ricollocabile” fuori da quell’immagine. Come nel caso di Alex Le Tissier, la nuora di Matt Le Tissier.
Four years ago today Mitch ended his gambling addiction. In those four years I haven’t once felt anxiety or distrust. I feel that gambling addiction is not spoken about as much as it should. The secrets, the lies, the enablers, the financial impact it has on those around them. So…
— Alex Le Tissier (@AlexLeTissier) May 8, 2025
Accanto a chi usa il calcio come trampolino economico, c’è chi prova a ritagliarsi uno spazio creativo più tradizionale – video, commenti, contenuti sportivi – e si scontra con un muro: collaborazioni negate, avances indesiderate, delegittimazione costante. Il messaggio implicito resta lo stesso: nello spazio calcistico online, il controllo è ancora saldamente maschile e l’accesso femminile è tollerato solo a determinate condizioni.











