La favola di Commisso che dall’autorimessa di casa, fondò Mediacom. Una favola, appunto

La storia della Mediacom riletta attraverso documenti del passato, depositati presso la Sec la Consob americana. Per chi vuole sapere qualcosa in più del presidente della Fiorentina

Commisso stadio di Firenze

Db Firenze 27/10/2019 - campionato di calcio serie A / Fiorentina-Lazio / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Rocco Commisso

La favola di Commisso che dall’autorimessa di casa, fondò Mediacom. Una favola, appunto

Rocco e i suoi fardelli

Voleva comprare il Palermo, voleva comprare il Milan, alla fine è riuscito a comprare la Fiorentina: Rocco Commisso è atterrato in riva all’Arno nel giugno 2019 con la fama di ricchissimo imprenditore fattosi da sé. Insomma, una fiaba di sicuro successo.

E, come ogni fiaba che si rispetti, comincia così: c’era una volta un emigrante calabrese nato povero, Rocco Benito Commisso, giunto in America appena dodicenne agli inizi degli anni Sessanta, che si era distinto negli studi, aveva fatto una discreta carriera in banca, era poi stato il vice presidente di un’industria del settore delle tv via cavo. Ma non gli bastava: voleva sfruttare per sé le competenze acquisite in tanti anni di duro lavoro. E allora, partendo dall’autorimessa di casa, in una calda estate del 1995 fondò Mediacom, che doveva portare proprio la tv via cavo nelle case degli americani di periferia: e fu talmente bravo e capace che in tempi rapidissimi, meno di cinque anni, riuscì a farla quotare al Nasdaq, il tempio sacro della tecnologia, e diventò miliardario, ovviamente in biglietti verdi.

Fiaba un po’ strappalacrime, come da copione: ma è andata davvero così?

Mica tanto, e, per capirlo meglio, faremo un viaggio nei bilanci e nei numerosi documenti del passato, depositati presso la Sec, la Consob americana, come ad esempio le 1.324 pagine di un prospetto informativo del 19 giugno 1998, necessario per ottenere il via libera a un prestito obbligazionario di 200 milioni di dollari.

Sì, perché Mediacom nasce e resta in vita grazie a un gigantesco flusso di finanziamenti, oggettivamente spropositato rispetto alle proprie dimensioni.
La strategia è esplicita sin dagli albori: acquisire aziende proprietarie di sistemi tv via cavo, in non eccellenti condizioni economico-finanziarie, che si trovino nelle aree meno popolate degli Usa, ma con alta probabilità di sviluppo demografico. Un’idea né innovativa né tempestiva: infatti, la tv via cavo era nata negli Usa verso la fine degli anni Quaranta, aveva conosciuto un forte sviluppo negli anni Settanta e Ottanta, ma a metà degli anni Novanta era ormai in stagnazione e cominciava a soffrire la concorrenza del satellite, mentre sullo sfondo si stagliava internet.

Per attuare la strategia occorrono soldi, montagne di soldi, di cui Mediacom non dispone, essendo partita con un patrimonio netto di soli 5,49 milioni.
Nonostante ciò, entro il 1999 riesce a completare l’acquisto di 10 società, mettendo sul piatto ben 1,192 miliardi.

Qual è il risultato di questa vorticosa campagna di acquisizioni? Alla fine del 1999, Mediacom vanta 719mila abbonati. E quanti erano quelli ereditati dalle società fagocitate? 716mila: insomma, un incremento dovuto a parenti, amici e conoscenti. Né vanno meglio i conti: i ricavi sono cresciuti dai 5,41 milioni del 1996 ai 176,05 milioni del 1999, ma altrettanto hanno fatto le perdite, passate da 1,95 a 81,32 milioni. Eppure, il 4 febbraio 2000, Mediacom è quotata al Nasdaq: è un periodo di grande euforia, sia al di là che al di qua dell’Atlantico, dove miriadi di persone si scoprono guru della finanza, raccontando dei loro clamorosi guadagni in pochi giorni. Mediacom è un po’ un’imbucata alla festa, che tuttavia dispone di uno stuolo di accompagnatori importanti: Credit Suisse First Boston e Salomon Smith Barney sono alla guida del consorzio – di cui fanno parte anche Goldman Sachs, Merrill Lynch e Chase Securities – che garantisce il buon esito del collocamento di 20 milioni di azioni.

Prima della quotazione, i 54,615 milioni di patrimonio netto erano suddivisi in 70 milioni di azioni del valore nominale di un centesimo, forse in omaggio a zio Paperone, e dunque il valore contabile di un’azione era di 78 centesimi: ebbene, il prezzo di collocamento è 19 dollari. Sia chiaro, non la prima né l’ultima magìa della finanza. Brinda il cassiere di Mediacom per l’incasso di 380 milioni, da cui detrarre un obolo di 25,6 milioni per le banche collocatrici. Il bis poco più di un anno dopo, con un collocamento di 29,9 milioni di azioni al prezzo di 15,22 dollari per un incasso lordo di 455,08 milioni e netto di 432,89. L’apparizione di Mediacom al Nasdaq dura pochi anni: il 4 marzo 2011 abbandona il mercato e Commisso ne diventa il padrone assoluto. Bilancio per gli azionisti? Zero dividendi incassati e prezzo finale di 8,75 dollari. Ma a qualcuno è andata peggio; nel quarto trimestre 2008, a causa dell’onda generata dal fallimento di Lehman Brothers, il titolo era sceso al minimo di 2 dollari.

Andamento borsistico a parte, come procede Mediacom in quegli stessi anni? Nel 2000 acquisisce altre 9 società con 53mila abbonati per un esborso complessivo di 109 milioni. Dal 2001 al 2005 lasciamo il commento allo stile non proprio sobrio di Commisso: “We made tremendous progress”, “this was a milestone year”, “free cash flow grew dramatically”. Sarà come dice lui, ma di tremendo e di drammatico ci sono solo le perdite e l’indebitamento: beninteso, il fatturato è cresciuto di record in record fino a 1,10 miliardi, ma altrettanto hanno fatto le perdite, salite nel 2005 a 222,23 milioni, mentre il debito netto ha sfondato di poco i 3 miliardi. Tre anni dopo, alla fine del 2008, le perdite complessive dall’inizio dell’attività ammontano a 1,20 miliardi, il debito netto è a 3,25 miliardi e il patrimonio netto è addirittura negativo per 346,64 milioni. In ogni testo di economia aziendale si leggerebbe lo stesso giudizio: fortissimo squilibrio patrimoniale, economico e finanziario.

Ma, quando vuole, la finanza sfida le leggi dell’economia. Quale insegnamento si può trarre? Che è come giocare sempre sul nero alla roulette, avendo a disposizione un capitale infinito e nessun limite alla puntata: per quante volte consecutive esca il rosso, basta la prima volta del nero per vincere.

E nel 2009 la pallina si ferma proprio lì: merito della gestione? No, della legislazione fiscale, che ha consentito di ottenere un beneficio non monetario: in sostanza, si tratta di attività fiscali differite, legate in gran parte alle perdite operative nette accumulate. L’operazione è provvidenziale per i conti: il beneficio fiscale, pari a ben 662,4 milioni, fa risultare un utile di 744,07 milioni, riportando in positivo il patrimonio netto, a 265,03 milioni, ma, non avendo carattere monetario, essa non ha influito sul debito netto, salito a 3,28 miliardi.

E dopo? L’uscita dal Nasdaq libera Mediacom dall’obbligo di certificazione dei bilanci e di informative dettagliate: addio trasparenza. Così, anno dopo anno, si assiste a un decrescendo di informazioni: beninteso, tutto consentito dalla legge, ma niente che serva a un’analisi, seppur minima, perché non c’è traccia del risultato dell’esercizio. Non è tutto: i dati si interrompono il 23 febbraio 2022. Chissà: forse Commisso non si è ancora ripreso dall’invasione russa dell’Ucraina del giorno dopo. Certo, l’andamento crescente dei ricavi – 100 trimestri consecutivi in aumento – e decrescente dei debiti netti, scesi a 1,232 miliardi, fa considerare come sicuro il raggiungimento dell’utile, ma non l’anno in cui ciò è accaduto, né la sua entità complessiva. Nonostante un’informazione frammentaria, i ricavi sono ben descritti, e la scoperta è interessante: gli abbonati alla tv via cavo hanno un’impennata a 1,595 milioni nel 2001, ma da allora in poi è un’emorragia continua, fino ai 572mila abbonati nel 2021, cioè meno di quelli del 1999. Davvero un’idea da finanziare quella della tv via cavo. Se Mediacom ha accresciuto il fatturato è per essersi gettata in altri settori, che nel piano industriale iniziale – quello in base al quale si racconta siano legati i massicci finanziamenti – non erano stati neppure considerati: trasmissione dati, digitalizzazione e telefonia.

Suscita curiosità anche l’architettura del gruppo, prima delle modifiche indispensabili per l’approdo in Borsa: la capogruppo a New York, cinque controllate, quattro delle quali sono filiali operative con sede nel paradiso fiscale del Delaware, l’altra che deve solo reperire i finanziamenti necessari e che parte con un capitale sociale di 100 dollari: roba da ricchi. E la capogruppo possiede il 100% delle controllate, tranne una, Mediacom California LLC, di cui ha il 99%, mentre l’1% è in mano alla Mediacom Management Corporation, capitale 45.000 dollari e unico proprietario Commisso:essa ha il solo scopo di ricevere dalle società del gruppo gli emolumenti destinati ai dirigenti e di versarli nelle loro tasche. Pagarli direttamente sembrava disdicevole? In tutto, Commisso risulta possedere solo il 9,65% mentre la maggioranza è in mano a Morris Communications, gruppo multimediale di Augusta in Georgia, con il 64,52%. Con l’ingresso in Borsa, tramite accordo con i soci, Commisso balza al 41,46% del capitale e all’87,63% dei voti, Morris Communications scende al 40,76% del capitale e all’8,62% dei voti e, nel 2009, esce per sempre dall’azionariato, accontentandosi di un prezzo di 6,5 dollari per azione. Questo il Commisso imprenditore: e il Commisso presidente di calcio? Addirittura peggio.

Nato a Firenze cinque anni prima dell'alluvione, ha studiato Economia e Commercio a Napoli, quando la facoltà era in via Partenope. Ogni mattina gli si presentava la doppia possibilità: fare una passeggiata sul lungomare o andare a lezione? Invariabilmente optava per la seconda. Sarà per questo che si trova meno a disagio con i bilanci che con le persone. Padre dal 2004 del libro “Il pallone nel burrone”: se ci arrivò lui che non è un'aquila (litote) significa che chi non lo capisce non vuole proprio farlo.

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