Cantami, o Diva, di Kim Min-Jae l’ira funesta

A differenza di Achille, non è stato ancora trovato il suo punto debole. Il coro che accompagna le sue giocate sembra un canto di guerra

Kim Osimhen napoli Napoli scudetto

Mg Torino 19/03/2023 - campionato di calcio serie A / Torino-Napoli / foto Matteo Gribaudi/Image Sport nella foto: VIctor Osimhen-Min Jae Kim

Cantami, o Diva, di Kim Min-Jae
l’ira funesta che infiniti addusse
lutti ai partenopei, 
molte anzi tempo all’Orco,
generose travolse alme d’eroi
e di cani e d’augelli orrido pasto
lor salme abbandonò”

Visto che non bastano più le espressioni trite e ritrite del vocabolario sportivo, s’ha da ricorrere all’omerico linguaggio dell’epica per descrivere le gesta di Kim Min-Jae.

Il simpatico coro – “Kim! Kim! Kim!” – che accompagna ogni singola giocata del corazziere sudcoreano del Napoli sia in casa che in trasferta (che ci siano o non ci siano i gruppi organizzati) ricorda – più che i canti tipici dei tifosi –  quelli delle indimenticabili pellicole cinematografiche che riprendono proprio i racconti dell’epica, le grandi narrazioni poetiche sulle imprese degli eroi. In particolare, a chi scrive sovvengono i canti con cui gli Achei accompagnavano il Pelide Achille alla battaglia in Troy di Wolfgang Petersen.

Ed in effetti Kim somiglia a un guerriero, ad un eroe, più che a un calciatore. L’ha detto lo stesso Spalletti dopo la prestazione maiuscola contro l’Atalanta – l’ennesima – che il numero 3 azzurro aveva offerto poco più di settimana fa: “quello che gli dici – disse Spalletti – Kim lo codifica e poi va in guerra”.

Come un Hwarang, aggiungiamo noi. Nella tradizione storica coreana, “Hwarang” era un titolo onorifico che veniva dato a selezionati giovani virgulti della nobiltà coreana che anche prima dell’adolescenza apparivano orientati a divenire guerrieri mediante una pesante ed omnicomprensiva preparazione fisica, mentale e spirituale. Così dice Wikipedia. Ecco: sembra la descrizione precisa di Kim Minjae, un virgulto giovane della nobiltà coreana figlio – momento curiosità – della disciplina di due atleti: suo padre era un judoka, mentre sua madre faceva atletica leggera.

Spalletti aggiunse anche altro, a dire il vero,  e cioè che “gli manca solo la cicatrice ed è perfetto”.

Tornando all’Iliade, si potrebbe dire che se al leggendario Achille un punto debole l’avevano pur trovato – il tallone – per Kim Minjae, dopo quasi quaranta partite stagionali, si fa fatica a trovarne. Non si ricorda un solo attaccante della Serie A e della Champions, da Immobile a Kolo Muani passando per Nunez e Giroud, che abbia creato grattacapi seri al robotico Kim.

La prestazione offerta oggi col Torino non è che l’ennesimo concentrato di cattiveria agonistica, ritmo, atletismo, velocità, temperamento, fisicità, tempismo, attenzione e precisione. 

Osimhen e Kvara scuotono il mercato internazionale – e ci mancherebbe. Ma l’impressione è che Kim Minjae, arrivato a sostituire l’amatissimo Koulibaly tra le contestazioni dei soliti noti (“Kim, 3 pacchetti 10 euro”: qui non si dimentica), accolto a Napoli questa estate come se facesse un altro mestiere, sia un fuoriclasse della difesadestinato ai palcoscenici più importanti che questo sport sa offrire. 

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