Basta con la retorica insopportabile del ringraziamento ai calciatori che vanno via

Sono professionisti, hanno un contratto, e giocano. Non lo fanno certo per i sentimenti. Il Chelsea ha più soldi del Napoli e Koulibaly va al Chelsea. È ovvio

Koulibaly

As Napoli 25/08/2018 - campionato di calcio serie A / Napoli-Milan / foto Antonello Sammarco/Image Sport nella foto: Kalidou Koulibaly

“Grazie, prego, scusi, tornerò”
Prendo a prestito le parole di una vecchia canzone di Adriano Celentano per commentare i sentimenti della tifoseria napoletana in questa breve parentesi che ci separa dall’inizio della prossima stagione.

Le uso perché ultimamente il tifo sembra diventato il festival della buona educazione: i giocatori dovevano chiedere scusa al pubblico dopo Napoli – Verona, il pubblico deve ringraziare Koulibaly e Insigne ora che se ne sono andati e prima ancora doveva chiedere scusa a Gattuso per averlo bistrattato… ma anche basta con questa retorica.

Parliamo del mondo del calcio, un mondo di professionisti lautamente pagati per fare il loro lavoro, perché mai dovremmo cedere a questa ridda di salamelecchi ogni volta? Per ricompensare il lavoro fatto ci sono i contratti milionari e se proprio qualcuno deve dire grazie sono i giocatori che, dopo essere passati per Napoli, vanno da qualche altra parte a guadagnare ancora di più.

È la storia di quasi tutti, se ci pensiamo: Hamsik, Lavezzi, Cavani, Higuain, Insigne, Jorginho, ora Koulibaly e forse Mertens. Nessuno se n’è andato da Napoli con la carriera rovinata oppure deprezzato. E parliamo di giocatori che, eccezion fatta per Higuain, venivano tutti da squadre di secondo e terzo livello. Brescia, San Lorenzo, Palermo, Pescara, Verona, Genk… queste erano le provenienze. I punti di approdo, invece, si chiamano Paris Saint Germain, Chelsea, Juventus oppure Cina e MLS con i loro milioni freschi freschi.

Certo, il Napoli ha fatto bene se non benissimo in questi anni, ma direi che la convenienza è stata reciproca, che il lavoro dei calciatori è stato retribuito in maniera più che adeguata. Nessuno di quelli che abbiamo salutato era venuto a Napoli per una questione di cuore o di sentimenti. Nessuno ha rinunciato ad offerte più alte per amore della maglia azzurra. Nessuno si è sacrificato oltre quelli che sono i normali doveri di un calciatore che gioca in Serie A. Nessuno è stato sfruttato o sottopagato.

Eppure, nella Napoli del tifo vige questa retorica, per me insopportabile, del ringraziamento. Retorica che si contrappone a quella, ancor meno sopportabile, dell’astio e del rancore verso la società. In una schizofrenia difficilmente spiegabile senza aver fatto studi specifici in psichiatria, si mette sul piedistallo chi è stato comprato e pagato per giocare e si insulta ogni giorno chi quegli acquisti li ha fatti e chi quegli stipendi li ha pagati. Di più: si odia la società per non aver trattenuto, a cifre stratosferiche, giocatori che nessun altro è disposto a pagare (vedi Insigne e Mertens) oppure per non essere in grado di superare l’offerta del Chelsea o del PSG di turno.

Vorrei dare una notizia a tutti costoro: il Napoli per storia, tradizione, capitale sociale, numero di tifosi, impianti, sponsor e chi più ne ha più ne metta non può competere con le disponibilità economiche delle big in odore di Superlega. Non è una questione di volontà o di sentimenti: è un dato di fatto. Il Chelsea ha più soldi del Napoli, quindi può pagare Koulibaly 10 milioni netti a stagione. Il Napoli non può. Amen.

Con alcune delle big ci siamo confrontati in Europa e più di qualche volta abbiamo fatto risultato, abbiamo vinto o pareggiato pur essendo inferiori sotto tutti gli aspetti che ho elencato prima. Perché è accaduto? Perché il Napoli è in Europa da 14 anni consecutivi? Perché in questi 14 anni ha potuto lottare seriamente per lo scudetto in 2-3 occasioni? La risposta è molto semplice: perché è stato gestito bene, perché sono stati comprati i giocatori giusti, perché sono stati ingaggiati allenatori bravi se non bravissimi. I risultati non arrivano per caso. 14 anni di continuità non si inanellano con la fortuna. Bisogna saperci fare e il Napoli in questi anni ci ha saputo fare, c’è poco da dire. Sto dicendo che meglio non si può fare? No. Sto dicendo che è stato fatto un ottimo lavoro. Poi, tutto è perfettibile.

Se proprio, quindi, dovessimo aderire alla retorica del salamelecco, quello che andrebbe ringraziato è De Laurentiis. Ma anche per lui vale quello che vale per gli altri: non è per cortesia che ha portato a Napoli fior di giocatori e di allenatori. È per lavoro. Il suo lavoro è fare il presidente del Napoli e per farlo viene retribuito con uno stipendio di tutto rispetto. Se non merita ringraziamenti, però, a maggior ragione non merita assolutamente gli insulti che il popolo dell’A16 gli rivolge ogni giorno sui social media. Anche perché quel popolo, diciamo la verità, ne azzecca veramente poche. È il popolo che avrebbe preferito Dainelli a Koulibaly, che guardava con senso di superiorità gli “scarti del Real Madrid”, che ha insultato Inglese e Juan Jesus quando ancora dovevano mettere piede a Napoli, che si è stracciato i capelli per i mancati arrivi di signori nessuno come Gonalons e Soriano e potrei continuare a lungo. È la legge di Kolarov che campeggiava fino a qualche tempo fa affianco alla testata del Napolista: “I tifosi non capiscono di calcio” (oggi è stata sostituita da una frase di Spalletti egualmente vera: “Lamentarsi è da sfigati”. Sembrano due argomenti diversi, ma non lo sono).

Invece di stare a pensare a chi deve dire grazie e chi deve chiedere scusa, quindi, non sarebbe male se ognuno facesse il mestiere suo: il presidente presiede la società, i giocatori giocano e i tifosi… tifano. Attività, quest’ultima, della quale a Napoli si sono ormai perse le tracce, impegnati come sono tutti a scrivere A16 sui social.

Napoletano, Napolista, Europeista e scientista classe 1975. Cresciuto tra i King Crimson, Maradona e Jorge Luis Borges.

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