“L’unica mia aspirazione è sempre stata quella di fare il calciatore, fin da quando ero bambino. Quindi anche se vivi e nasci al Sud, dove è molto difficile, penso che la grande passione, il grande amore che uno può avere per questo sport riesca a far ottenere l’impossibile. Vi garantisco che venire fuori dal paesino in Sicilia dove sono nato io è un qualcosa di straordinario. E’ un paesino vicino ad Agrigento, si chiama Ribera. Io sono solo il terzo, di tutta la storia, a diventare un calciatore professionista. La passione ti spinge a fare sacrifici. A 15 anni sono andato via di casa, a studiare lontano, vivere lontano dalla famiglia, abbandonare amicizie. Lasciare tutto quello che a quell’età pensi di non poter mai abbandonare. Quindi sono diventato un giocatore professionista. E’ stata una carriera bella, con tanti anni in A ed in B, e tante soddisfazioni. Nella zona dove sono cresciuto le difficoltà sono date dalle strutture, l’organizzazione. Di squadre professionistiche ce ne sono molte meno rispetto al Nord, così come le opportunità. Devi essere veramente “malato”, appassionato, avere grande amore per questo sport. E chiaramente le qualità le devi avere, quelle te le dà il Padre Eterno. Io personalmente sono riuscito a sfruttare le mie qualità. Sono stato anche fortunato ad avere un percorso in cui ho conosciuto anche allenatori che mi hanno cambiato. Per esempio, da ragazzino giocavo ala destra, mi piaceva andare sul fondo e crossare. Poi un giorno arrivò un allenatore e mi mise a fare il play. Pronti via, ci rimasi male, perché mi allontanò dalla porta, mi piaceva fare gol. Invece forse è stata la mossa vincente, perché da lì ho iniziato a mettermi in mostra, a farmi apprezzare, ad andare prima nelle giovanili del Trapani in C, poi nelle giovanili del Verona in Serie A, facendo il doppio salto, e poi iniziare questa carriera”.
Italiano: «Non mi accontento mai, sono un malato di calcio. Non riesco mai a staccare la spina»
«Sporadicamente leggo qualche libro e vado al cinema. Penso solo alla mia squadra, alla preparazione per arrivare alla domenica. Tante cose nel calcio devono rimanere negli spogliatoi»

“Non mi accontento mai, sono malato di calcio“.“La parte più difficile per un allenatore è quella di cercare di portare le idee, convincere i calciatori a seguire la propria idea di calcio. Una volta ottenuto quello tutto diventa più semplice. E’ la cosa su cui bisogna perdere più tempo. Devi avere sempre una mentalità vincente, mai dare nulla per scontato, curare il dettaglio. Anche se ottieni qualche vittoria non devi mai cullarti, perché è uno sport che ti castiga da un momento all’altro. Devi battere il ferro nel quotidiano. Almeno per quanto riguarda me, che sono un ex centrocampista, mi piace il gioco corale, mi piace la partecipazione di tutti, mi piace coinvolgere tutti. Condivido con i calciatori tutto quello che possono essere anche i problemi che nascono durante l’anno. Questo mi ha portato ad ottenere questi quattro risultati straordinari”.
“Lavorare sul dettaglio è fondamentale. Il calcio è sempre in evoluzione. Ogni partita ti dà spunti, ogni partita qualche allenatore si inventa qualcosa. Nascono sempre strategie diverse, situazioni e sviluppi diversi. Quindi essendo un calcio che va forte e va veloce, uno deve stare sempre attento, deve aggiornarsi costantemente. Io guardo tante partite, prendo spunti da tutti, e riesco a modellare poi a mio piacimento qualche situazione. Questo penso che sia il segreto per rimanere sempre a un livello importante”.
“Negli ultimi anni come si fa a non nominare Guardiola? Per quello che ha fatto… Lo stesso Sarri negli ultimi tempi ha destato grande interesse, col Napoli e poi col Chelsea. Klopp, Luis Enrique… Il Barcellona, che ha un pensiero calcistico a prescindere dall’allenatore. Il Barcellona gioca sempre nello stesso modo: è un modo di ragionare che mi affascina, e sarebbe bello riproporlo in altri paesi. Zeman è sempre stato una fonte di ispirazione per molti allenatori, per il modo con cui attaccava, il modo con cui riusciva a mandare in gol le proprie squadre. Sono queste un po’ le mie fonti di ispirazione, dato che il mio sistema è un sistema con tre attaccanti e tre centrocampisti. Sono questi gli allenatori che mi hanno ispirato, e penso che siano allenatori che possono dare tanto a chi vuole fare questo mestiere qua”.
“Penso che ci debba sempre un giusto mix per quanto riguarda quello che ha da fare l’allenatore. Deve essere un gestore, deve essere un allenatore di campo, ogni tanto deve fare lo psicologo. Deve capire che è “il papà” di tutti i propri giocatori. Deve cercare di essere sempre disponibile, con qualcuno che viene a bussare e a chiedere una mano, un parere, un consiglio. Certo, i campioni hanno l’aspetto cognitivo più sviluppato, hanno una intelligenza calcistica più sviluppata, a livello tattico sono più svegli, sono più avanti sulle letture delle situazioni. Anche questo fa parte dell’essere campione. Non è solamente l’aspetto tecnico, la bravura, destro-sinistro, il dribbling, calciare, ma anche l’intelligenza che hanno. I campioni hanno nel loro cervello qualcosa in più”.
Sulla differenza tra calciatore e allenatore:
“Fare l’allenatore è un qualcosa che spesso è h24. Davvero. La differenza tra essere calciatore e allenatore è lì. Da calciatore al fischio finale di un allenamento puoi pensare alla tua vita privata, riesci ad avere del tempo libero. Ti compri un libro e te lo leggi, puoi farti una passeggiata, puoi fare una serata al cinema. Riesci a staccare totalmente, perché tanto il pensiero è compito dell’allenatore. Tu devi fare il tuo. Adesso che sono passato dall’altra parte, che sono allenatore, mi rendo conto che è un qualcosa di tanto complesso. Personalmente non riesco mai a staccare da quello che è preparare gli allenamenti, mettere a posto le situazioni che non vanno. Essere perfezionista certe volte è una malattia che non ti fa mai pensare ad altro. Sto sempre attaccato a quello che voglio andare a fare anche il giorno dopo in allenamento o durante la settimana. Sì, leggo qualche libro, ogni tanto vado al cinema, ma è un qualcosa di sporadico. Il pensiero va solo ed esclusivamente alla mia squadra, alla preparazione per arrivare alla domenica”.
“Tante cose nel calcio devono rimanere nelle quattro mura, negli spogliatoi, che devono essere risolto a quattr’occhi. Sono situazioni che non si possono rendere pubbliche. Una squadra di calcio è formata da tante teste, da tante situazioni. Ci sono problemi, ci sono gioie, ci sono momenti di difficoltà ed esaltazione. Quindi davanti alle telecamere delle volte si cerca di tenere alcune cose dentro, cercare di non esporsi al pubblico. C’è questa riservatezza, perché è vero si è ripetitivi alcune volte, ma tante cose non devono uscire”.