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Insigne è specialista dei momenti più che delle punizioni

Non è uno specialista, i numeri lo testimoniano. Ma sa cogliere l’attimo: segna gol “iconici” quando serve (più a lui che alla squadra)

Insigne è specialista dei momenti più che delle punizioni

Se scrivi “tutti i gol su punizione di” Youtube ti suggerisce in ordine le carrellate di Dybala, Ronaldo, Pirlo, Messi, Ciciretti, Calhanoglu, Pjanic. Poi più sotto c’è – anche – Maradona, con Mihajlovic e Roberto Carlos. Il che è indicativo di molto poco: che i trend di visualizzazioni video sono in mano a una generazione di puberi con poco gusto per la storia, che tra questi c’è una forte nicchia di feticisti di Ciciretti, e che Insigne non c’è.

Un po’ come per i “tiraggiro”, l’Insigne percepito è un po’ diverso da quello reale. È come se l’insistenza del gesto tecnico, ripetuto per ossessione, a volte quasi a voler segnare il territorio, si sedimentasse nell’immaginario collettivo per accumulo. E così “la punizione di Insigne” diventa un’etichetta che diamo per scontata mentre mezzo mondo la celebra come movenza simbolica a immagine e somiglianza di quelle che tirava Lui, nel giorno in cui uno stadio vuoto che sta per prenderne il nome lo piange.

Maradona aleggia comprensibilmente su tutto, dando significato ad ogni spunto. La retorica si appiccica, è pervasiva. Se il capitano napoletano del Napoli segna l’1-0 alla Roma, su punizione a scavalcare la barriera, in quello stadio che a brevissimo si chiamerà Stadio (non-comunale) Maradona, indossando la maglia speciale simil-Argentina, il ricorso alla trascendenza per spiegare tutta quella perfezione quasi matematica di eventi simbolici è scontato. E non è del tutto campato in aria.

Torniamo alle punizioni. C’è stato un tempo, appena due o tre anni fa, in cui Insigne nemmeno le tirava: dalla mattonella a sinistra, la “sua”, si presentava Mertens. Il quale, segnandone di bellissime, in preda alla voracità del bomber appena svelato s’incaricava di battere anche quelle dal vertice opposto (strappando peraltro Ghoulam al suo destino di “specialista” autocertificato).

Se ne ricordano, appuntate nella bellezza, appena tre, ma sicuramente ci fa difetto la memoria. Una, stupenda e pesantissima, datata 18 settembre 2013, il 2-1 che abbatte i vicecampioni d’Europa del Borussia Dortmund nel girone di Champions. Questa:

Una seconda, sempre con lo stesso effetto a girare (Insigne impugna anche la forchetta, a giro. Si pettina, a giro. Il suo cane piscia a giro), nel 5-1 all’Empoli nel giorno dei morti 2018, a condire una tripletta di Mertens. Questa:

E poi ancora una terza. In un 4-0 a San Siro, al Milan: 27,40 metri dalla porta, solita posizione, stesso giro. Questa:

Ce ne saranno sicuramente altre, ma il punto non è contarle o farne una gallery buona per i bimbominkia di Youtube. Il punto è la scelta del momento. Insigne si conferma talento situazionista: non segna tanto (anzi al riguardo le sue statistiche sono terribili) ma segna bene. Distribuisce il peso dei suoi gol – spesso bellissimi – quando serve, non solo alla squadra ma proprio a lui. Fa gol al Bernabeu, a Barcellona, a Dortmund, al Liverpool. Incanta con l’Italia per tornare in città da eroe. Ogni tot settimane piazza una perla, accumula credito che spenderà quando il giro non prenderà rotazione e finirà in curva, per settimane.

Bernd Schuster ha raccontato che al Barcellona spendeva i suoi pomeriggi a parlare di punizioni con Maradona “come gli ingegneri parlano solo di motori”, rendendo benissimo la passione per un colpo che gli “specialisti” trasmettono coi numeri, oltre che nell’apparenza. Insigne non fa parte di questa classe accademica, come – ad esempio – non ne fa parte Ronaldo, un altro che ha deciso in cuor suo di esserlo e nessuno ha il coraggio di negargli quest’illusione. Ma proprio per questo la  punizione alla Roma assume buona parte dei significati che immediatamente gli hanno attribuito: il destino, il copione degli dei, e successive esagerazioni.

L’hanno pensato tutti, quando ha preso la rincorsa: mo segna così, proprio lui, proprio oggi, proprio qui. E questo ha Insigne molto più di altri: il timing epico. Ha dato forma ad una distorsione, piazzando il colpo che tenesse vivo il lutto per Diego, e la sua carica di ambasciatore del dolore popolare. Una carambola emozionale, da piantare come una bandierina nella memoria e nella sua carriera. Dopo una cosa così, rischia di ricucirsi persino quel “rapporto difficile con la piazza” che lui stesso ha confessato a latere della Nazionale. Una punizione sola, che vale un’amnistia.

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