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Il Napoli è crollato perché De Laurentiis non è più lui

Dietro la crisi c’è un presidente che ha smarrito la propria visione. Non ha venduto chi andava venduto, non ha ascoltato Ancelotti e questi sono i risultati

Il Napoli è crollato perché De Laurentiis non è più lui

C’era una volta un presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, capace di mettere insieme una squadra giovane e competitiva, pronta a rinnovarsi di anno in anno, in grado di assorbire le partenze di campioni affermati con l’inserimento di giocatori giovani e determinati. Un Presidente logorroico, spesso contraddittorio e irritante, insensibile alle richieste della piazza, ma con in testa uno schema che nel tempo si è rivelato fruttuoso: rinnovare per crescere e confermarsi, essere competitivi senza fare il passo più lungo della gamba, guadagnarsi l’Europa aspettando il momento giusto per piazzare il colpo vincente.

Quel Presidente non c’è più e non da ora. Il Napoli ha abbandonato la propria politica dai tempi dell’ultimo anno di Sarri, quando si decise di rinnovare in blocco il proprio parco giocatori per non rovinare i meccanismi messi su dal tecnico toscano e stipulare il famoso “patto scudetto”. Ne scaturì il record di punti in campionato che però non fu sufficiente per vincere.

Finita l’era Sarri era legittimo aspettarsi un rinnovamento profondo della squadra. L’arrivo di Ancelotti e di alcuni giovani talenti (Fabian Ruiz e Meret su tutti) sembravano indicare che il Napoli era pronto a continuare sulla strada che aveva fruttato 10 anni consecutivi di qualificazioni alle coppe europee, togliendosi persino lo sfizio di aggiungere qualche trofeo alla nostra scarsa bacheca. Ma il rinnovamento non passa solo per gli acquisti, passa soprattutto per le cessioni e qui De Laurentiis si è smarrito.

Vendere, a dispetto di quanto si dice in giro, non è mai stata un’abilità caratterizzante del presidente. Le cessioni illustri e fruttuose (Lavezzi, Cavani, Higuain, Hamsik, Jorginho) sono sempre avvenute per volontà dei giocatori, mai per decisione della società, forse con l’unica eccezione di Quagliarella, ma si trattò di una decisione frutto delle oramai note vicende extracalcistiche e non di una scelta tecnica. La politica delle clausole rescissorie ha messo il Napoli in condizione di vendere ad un prezzo considerato congruo senza trattare con gli altri club. Niente scambi dei propri prezzi pregiati, niente trattative, ma un prezzo fissato con largo anticipo.

E infatti, con l’arrivo di Ancelotti, quando si è trattato di vendere a prescindere dalle clausole rescissorie, il meccanismo si è inceppato. Insigne, Callejon e Mertens, che Carletto aveva chiesto di cedere, non avevano pretendenti ai prezzi fissati dalle clausole. L’età ha poi sconsigliato il rinnovo per i primi due, consegnando all’allenatore due “senatori” stanchi, logori, demotivati, senza contratto eppure ingombranti nello spogliatoio e nel cuore dei tifosi.

Allan, un giocatore normale, è stato trattenuto nonostante l’offerta importante del PSG di un anno fa e il parere dello stesso Ancelotti. E con lui sono tre gli scontenti. A questo gruppetto vanno aggiunti, per motivi diversi, Koulibaly e Fabian Ruiz, tentati da sirene importanti. E siamo a cinque.

In questa situazione si sono innestate la sfortuna (15 pali finora), molti errori arbitrali sfavorevoli nelle prime giornate, la conseguente crisi di risultati ed alcune scelte folli (la decisione di mandare in ritiro la squadra, l’ammutinamento, le multe). Dalle ultime dichiarazioni di Gattuso sappiamo anche che tra alcuni giocatori non corre buon sangue e questo spiega il perché in campo non si passano la palla. Chi è senza contratto sceglie di non scendere in campo o, se lo fa, di rischiare il minimo possibile. Chi punta ad andare via non è disposto a rischiare un infortunio. I senatori vogliono il posto fisso. I nuovi si sentono esclusi. Insomma: una polveriera.

De Laurentiis aveva alle proprie dipendenze un fuoriclasse, ma inspiegabilmente ha deciso di non ascoltarlo. Ha condotto un mercato, soprattutto in uscita, non conforme alle indicazioni di Ancelotti, non si è fidato delle sue capacità per cercare di ricomporre le crisi alle quali abbiamo accennato, non si è accontentato delle ottime prestazioni in Champions League e, infine, ha deciso di esonerarlo.

Come abbia potuto pensare, il Presidente, che Gattuso avrebbe potuto risolvere un qualunque problema meglio di Ancelotti, per me rimane un mistero. Una parte dell’opinione pubblica cittadina (e forse anche qualcuno all’interno del Napoli), da sempre refrattaria ad Ancelotti, ha letteralmente inventato alcune questioni che si sono rivelate inesistenti: il modulo, la preparazione atletica, l’aziendalismo (che solo a Napoli può essere considerato un problema). Dopo 4 sconfitte in 5 giornate e, soprattutto, dopo 6 prestazioni (compresa la partita di Coppa Italia) evidentemente indolenti ed irritanti da parte della squadra, anche il più cocciuto denigratore di Ancelotti si dovrebbe (ma forse pecco di ottimismo) essere reso conto che le cose stavano diversamente.

Fin qui la celeberrima analisi della sconfitta, alla quale segue il più classico dei “che fare?”

Per uscire dalla palude in cui si è cacciato, De Laurentiis deve tornare ad essere sé stesso. Parafrasando un celebre magistrato, direi che il suo motto dovrebbe essere Rinnovare, rinnovare, rinnovare. Nel mercato di gennaio ancora in corso, il Napoli ha piazzato alcuni colpi. Demme e Lobotka sono già in azzurro. A giugno arriverà Rrhamani, forse insieme ad Amrabat. Qualcosa in entrata si è mosso, dunque. Rimane il nodo delle cessioni. Intanto, però, c’è la stagione in corso. Per prima cosa andrebbero rimodulati e dichiarati gli obiettivi. Il Napoli deve guardarsi in faccia e dire apertamente che il primo obiettivo è la salvezza. Stiamo marciando ad un ritmo da ultimi in classifica, abbiamo un tesoretto di 10 punti di vantaggio sulla terzultima (il Genoa, che va davvero piano), inutile inseguire la chimera di un piazzamento valido per le coppe quando non si riesce a fare un tiro in porta per partite e partite.

Oltre al campionato ci sono le coppe. In Champions League l’obiettivo dovrebbe essere quello di salvaguardare la dignità. Partiamo sfavoriti, siamo in una crisi nerissima, l’incubo di una imbarcata epocale incombe, va scongiurato. Quanto alla Coppa Italia, invece, è un’occasione unica: vincerla ci consentirebbe di approdare in Europa a prescindere dal campionato. Sono solo 4 partite, se fossi in De Laurentiis proporrei un premio pari al doppio delle multe.

Dopo aver individuato gli obiettivi, bisogna capire insieme a chi li si vuole perseguire. Gattuso, oramai, è da considerare un punto fermo. Se il cambio dell’allenatore raramente porta, statisticamente, benefici positivi, il doppio cambio è storicamente foriero di sciagure. Si è scelta questa strada, la si porti avanti. Discorso diverso per i giocatori. L’Inter dell’anno scorso ha dimostrato che con coraggio si può prendere il capitano, strapagato, campione affermato e farlo accomodare in tribuna per ridare serenità alla squadra. Si tratta di capire chi è della partita e chi no e si tratta di capirlo con i fatti.  Per la salvezza ci mancano, vista la classifica, 12/14 punti. Il Napoli è in grado di farli anche con le seconde linee; De Laurentiis non tentenni, torni in sé: rinnovare, rinnovare, rinnovare

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