La “prima” del San Paolo, sessant’anni fa, contro la Juventus

Inizialmente venne chiamato Stadio del Sole, poi intervenne la Curia. Achille Lauro guidava la folla. Quel giorno, il Napoli vinse 2-1 con gol di Vitali e Vinicio

La “prima” del San Paolo, sessant’anni fa, contro la Juventus
Pesaola e Boniperti, l'arbitro era Jonni (Archivio Morgera)

Achille Lauro

È un po’ anziano, è un giovane vecchio, è maturo, è nonno, è un papà bianco crinito. Cosa è un uomo a 60 anni? E cosa è lo stadio San Paolo alla stessa età? Forse è un semplice figlio se rapportato a “stadi nonni” come il “Marassi” di Genova (anno di inaugurazione 1911), il “Penzo” di Venezia (1913), la “Arena Garibaldi” di Pisa (1919), il “Tardini” di Parma (1924), il “San Siro” di Milano (1926), il “Dall’Ara” di Bologna (1927), i sei stadi più vecchi di Italia. Ma può essere anche il nonno se paragonato a giovani realtà quali lo “Juventus Stadium” (2011) o lo “Stirpe” di Frosinone (2017). Non includiamo in questa statistica gli stadi che farebbero apparire il San Paolo come il papà perché l’elenco sarebbe davvero lungo. C’è, però, da sottolineare una cosa. Secondo una statistica fatta tenendo in considerazione tutte le date di nascita degli stadi italiani, l’età media che viene fuori è 65 anni. Quindi, oggi, il San Paolo sarebbe abbondantemente in linea con quella che è l’aspettativa di vita di uno stadio nella nostra penisola.

La narrazione nasce da quel 6 dicembre 1959, giorno dell’inaugurazione, guarda caso contro la rivale di sempre, la Juventus. Non una partita come le altre, questo lo sapevano i gradoni di cemento di allora e lo sanno anche i sediolini sporchi e rosso sbiaditi di oggi. Lo sapevano gli 80.000 che garrivano le loro bandiere al vento allora e lo sanno coloro a cui oggi è ritornata la voglia di un piccolo pienone, dopo i flop con Sampdoria e Torino.

(Archivio Morgera)

Negli anni cinquanta Achille Lauro, senza Rolls Royce, camminava con la sua schiera di galoppini ed ingegneri, funzionari comunali e semplici curiosi, tra operai e muratori intenti a costruire il Tempio. Chiedeva incuriosito ai due progettisti, Carlo Cocchia e Luigi Corradi, e curioso, bramoso di veder realizzata la sua nuova creatura. Faceva freddo, era d’agosto, non importa. Lui, don Achille il monarchico, vedeva crescere la struttura a vista d’occhio e sognava. Il Napoli e Napoli, la politica ed il calcio. La monarchia e la più forte delle passioni andavano a braccetto. Sognava di essere un nuovo Ascarelli, l’uomo di Sorrento, amante focoso, un fazzoletto bianco perennemente nella sua mano destra. Si asciugava il sudore  a bordo campo, salutava i giocatori in campo, arringava la folla. In certe espressioni facciali sembra addirittura che le coronarie lo stiano abbandonando. Sopravviverà, invece, a tutte le emozioni del campo, alla firma di 105 milioni sull’assegno per avere Jeppson, alla prima Coppa Italia, al Napoli del Petisso che va a vincere a Parma e conquista la serie A, alle furbizie di Ferlaino. Cuore forte, don Achì.

Ovvio, c’era sempre lui dietro a manovrare ma sulla carta il presidente era Alfonso Cuomo, industriale di conserve alimentari, rimasto in carica fino al 1963. Finché un bel giorno arrivò l’agibilità. No, non aspettiamo il nuovo decennio, gli anni ’60 sono ad un passo, lui non ce la fa più, vuole inaugurare il nuovo stadio gioiello prima che il 1959 dica stop. E così il “suo” uomo di fiducia passa alla storia. Cuomo, da Nocera Inferiore, è il primo massimo dirigente a sfilare davanti alla folla di Fuorigrotta.

(Archivio Morgera)

Lo chiamarono stadio del Sole

È un Napoli schioppettante e garibaldino quello che scende in campo quel giorno, è una squadra che non può non fare bella figura davanti al pubblico della “Bombonera” partenopea. Dal Vomero e dal Collana giù fino a Fuorigrotta, un quartiere in piena espansione, una zona che è come la squadra della città. Bum bum, gol da una parte, bum bum, nuovi palazzi che sorgono come funghi intorno allo stadio dall’altra. Il sacco edilizio, la Napoli di Rosi, le mani sulla città, tutto sembra investire il nuovo agglomerato urbano, la banlieue partenopea. Certo, forse è anche più facile da raggiungere per chi abita al centro o in pianura, al Vomero bisognava salire, scendere e salire. La collina del Collana è fatta così, prendere o lasciare.

All’inizio lo chiamarono Stadio del Sole, scontato, banale ma d’effetto. “’O sole mio sta in fronte a te”, cosa vuoi di più. Chissà se “Tutto il calcio minuto per minuto”, che nasce l’anno dopo, abbia mai detto, “La linea a Carosio, al nuovo Stadio del Sole di Napoli”. Poi si mise in mezzo la Curia. Eh sì, cari tifosi, da queste zone è passato San Paolo, mica un pinco pallino qualsiasi.

Jonni, inizia con una lettera insolita il cognome del primo arbitro sceso al San Paolo. È di Macerata, ha quasi 43 anni ma è in formissima. Oggi a quell’età fai già il designatore da un po’ di tempo e fai i guai con il Var. Anzi a fine carriera Jonni sarà secondo solo a Concetto Lo Bello come numero di presenze in Serie A. Per gli azzurri scesero in campo Bugatti, Comaschi e Mistone, Beltrandi, Posio e Greco, all’attacco c’erano Vitali, Di Giacomo, Vinicio, Del Vecchio e Pesaola. In panchina siede Amedeo Amedei, il romanaccio figlio di un fornaio, uno dei primi “falso nueve” che il Napoli abbia mai schierato. Sostituisce, alla guida tecnica, il poco prolifico Annibale Frossi, passato alla storia del nostro calcio per essere stato l’unico giocatore a scendere in campo con gli occhiali, legati da un elastico intorno alla nuca, a causa di una forte miopia.

(Archivio Morgera)

La lite Vinicio-Del Vecchio

Gatto Bugatti era una sicurezza e forse tra i primi tre portieri della storia del Napoli, la difesa era quella delle partite al Vomero col napoletano Mistone che rimase ancora qualche anno a far da chioccia ai giocatori che venivano su dalle giovanili come Juliano e Montefusco, ad esempio. La trazione posteriore della squadra era nelle mani del “bersagliere” Di Giacomo, emulato da un altro famoso suonatore di tromba, “’O bersagliere”, sugli spalti a suonare la carica del tifo. I problemi erano legati al duo brasilero Vinicio-Del Vecchio. Cominciò tutto in ritiro, pensate. Vinicio non volle cedere la maglia numero 9 al connazionale e da lì partirono gelosie a non finire. Risultato, il duo non funzionò. E alla fine il sacrificato fu “’O lione”, Napoli core ‘ngrato.

La Juventus rispose con l’ottimo Vavassori, Castano e Sarti, Emoli, Cervato e Colombo, attacco con Boniperti, Nicolè, Charles, Sivori e Stacchini. Allenava Parola, uno che dieci anni più tardi sarebbe venuto ad addestrare il Napoli in qualità di preparatore atletico al fianco di Beppone Chiappella. Un’altra curiosità: fu la prima gara di Sivori al San Paolo ma in maglia bianconera. “El cabezon”, però, come tutta la Juventus, fu vittima sacrificale quel giorno. Il Napoli doveva vincere e vinse. Aprì le marcature Vitali al sesto minuto. Sugli sviluppi di un calcio piazzato battuto dagli azzurri con Pesaola, atterrato pochi secondi prima dall’arcigno e nazionale Castano, Cervato e Vinicio cercarono di colpire il pallone di testa senza riuscirvi poiché furono accecati dal sole di quel primo tempo. Fu Vitali che vi riuscì battendo, dunque, di testa l’incolpevole Vavassori.

(Archivio Morgera)

Al 18′ della ripresa arrivò il raddoppio dei padroni di casa con Luis Vinicio, tra l’altro rimasto stoicamente in campo dopo aver subito un colpo violento da Cervato dopo pochi minuti dall’inizio della partita. L’azione apparve quasi simile a quella del primo gol. Calcio di punizione concesso al Napoli per l’ennesimo fallo subito da Pesaola, batte Del Vecchio. La palla giunge al suo amico-nemico Vinicio che, resistendo ad un duro contrasto con Cervato, in semi-sforbiciata bucò ancora Vavassori. Partita in cassaforte? Sì e no. I bianconeri sembrano riaprirla ad un minuto dalla fine con un calcio di rigore abbastanza generoso (anche sessanta anni fa!) concesso per un presunto fallo di Pesaola su Stacchini. Dal dischetto ci va lo specialista Cervato che batte Bugatti.

Oggi, purtroppo, il San Paolo è uno degli stadi più fatiscenti di Italia, la posa di una prima pietra è lontana, è preistoria, così come appare lontana la voglia di ristrutturare. Lauro non c’è, è andato via, lo stadio non è più cosa mia. Roberto Fiore lo riempì con i centomila cuori azzurri, Ferlaino ci fece due giri di campo trionfali per due scudetti prima di vederlo deturpato con una vergognosa copertura dopo “Italia ’90”. Ellenio Gallo fu il traghettatore di metà anni ’90, Corbelli e Naldi ci litigarono per chi contava meno spettatori paganti e lasciarono andare la barca. Finché la barca va lasciala andare, tu non remare. Adesso tocca a De Laurentiis. A lui il compito di prendere il meglio di questi uomini, metterci del suo e restituire alla città uno stadio come quello della prima volta con la Juve. Perché vedere il Napoli in campo è orgasmico. Come tutte le prime volte.

(Archivio Morgera)

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