La differenza tra Hitler a San Gregorio Armeno e Hitlér

Il soprannome su annuncio funebre era riconosciuto dalla comunità, a San Gregorio è impossibile una sintesi tra tradizione e starlette

La differenza tra Hitler a San Gregorio Armeno e Hitlér

Il “popolo napoletano”

Quasi in contemporanea si sovrappone la notizia del furto delle pietre di inciampo al Roma, in pieno quartiere Monti e l’apparizione di un pupazzo in terracotta raffigurante Hitler fra le bancarelle di san Gregorio Armeno; un pupazzo in terracotta accanto ad altri pupazzi in terracotta che rappresentano persone di chiara fama che con una tradizione che alla fine ci siamo inventati il “popolo napoletano” – così senza discutere – metterebbe sul presepe. Per fortuna di fronte a questi gruppi, o groppi,  di terracotta pittati di nero e quasi mai somiglianti, persistono da qualche secolo le vere botteghe dei pastori napoletani.

Paradossalmente fra rubare pietre di inciampo e riprodurre le fattezze di Hitler, la prima mi pare consapevole e l’altra offensivamente sciatta e passiva. Intendiamoci, giusto per i lettori più gramelliniani, entrambe le cose sono esecrabili, indegne, sacrileghe. Ma rubare una pietra di inciampo presuppone una volontà, un piano, un rischio di azione e nervi saldi poi quando le forze dell’ordine ti cercano, o dovrebbero farlo, e tu devi disfarti o nascondere, aspettare che passi….ma se un artigiano ha un’idea, prepara lo stampo, lo cuoce, fa il pupazzo, lo dipinge, lo espone su piazza e non è solo mentre lo fa, ma ha i suoi collaboratori: quelli a cui ha detto: oh, mo facciamo Hitler!!!, una moglie, compagna, amante a cui la sera dice – o manda un messaggio vocale – sai che abbiamo messo Hitler sul presepe? Se uno vive in questa socialità e questa socialità non l’inibisce a mettere sul presepe il responsabile di una guerra mondiale e dello sterminio di qualche milione di essere umano, allora c’è un problema che va al di là del poco giudizio individuale. C’è che nessuno ha pensato che non era il caso, che pure se sei nazista è meglio che non lo fai. Nessuno gli ha detto che sarebbe stato offensivo di ogni valore, oltraggioso della grazia e della bellezza, svilente del lavoro di una intera strada che campa col Natale e le sue decorazioni. Insomma, non gliene è fregato niente a nessuno.

Ci sono anche Malgioglio e Mussolini

E non stupisce. Due anni fa nei mercati di Sarajevo e di Sofia vidi, accanto alle reliquie del socialismo reale, messi in vendita posate, tessere di partito, capelli ed elmetti fregiati della croce uncinata. A Sarajevo appena nascosti nei retrobottega, a Sofia messi in bella mostra. È storia… ti dicono, fanno anche un’espressione che contiene i puntini sospensivi. È storia, sta là nel passato, non punge e costa pure poco… poi tu guardavi le medaglie di Stalin che vuoi. Due anni, questo il tempo che ci ha messo la svastica per arrivare a Napoli, che si è mangiata le quattro giornate, la pelle e le ferite a morte. E fra un po’ torna a Berlino senza scandalo, perché è “è storia”. L’artigiano che l’ha esposto si è difeso dicendo che per lui “è solo lavoro”, poi lui ha anche esposti Malgioglio e Mussolini e quelli (Mussolini, Malgioglio o tutti e due?) si vendono assai bene. Mussolini oramai lo troviamo a ogni edicola, ci ricorda che siamo maschi. Noi, Roma e tutta la Romagna. È storia… è solo lavoro, quindi non ha significati.

Le felpe della marca BOY

I miei studenti spesso si vestono con felpe della marca BOY che ha come logo un’aquila chiaramente ammiccante al ventennio. Gli ho fatto vedere le aquile fasciste e naziste e la loro reazione è stata sinceramente sorprendente: non si erano mai accorti della somiglianza. Sapevano ovviamente di avere un’aquila sulla maglia e sapevano che c’erano aquile fra i simboli nazisti ma non avevano mai associato le due cose. Due idee staccate, irrelate che si sono unite nella loro testa e la loro espressione è stata di vergognosa sorpresa. Qualcuno ha detto che non avrebbe più messo quella maglia, ma ovviamente lo rifarà perché il nazismo “è storia” e la maglia “si porta”.

[E fermi mo! Se state pensando a Sfera Ebbasta siete proprio gramelliniani nell’anima, e vi piace scrollarvi di dosso le vostre responsabilità di adulti. Perché tutte le colpe sono del mondo adulto, di quello che non legge, non guarda, non cura, non parla, non capisce perché ha scelto di non capire. Ma il discorso è lungo e vorrei tornare ai presepi.]

Un viaggio fra gli annunci funebri

Da poco Monitor ha pubblicato un libro struggente, Detti curato da Ciop&Kaf. Viaggio fra i soprannomi del popolo napoletano. Viaggio fra gli annunci funebri in cui il nome ufficiale del defunto non basta, ci vuole il nome con cui è conosciuto, con cui ha viaggiato nella sua esistenza in vita per le strade del Rione. Un’umanità scomparsa di uomini detti ‘O pop, Amandalì, Fliston, Misterio, Mi scoccio, Buchi Buchi o Garibaldi. E si intuisce in ognuno una storia fatta di arteteca o di uallera, di ambiguità e mistero o di bestiale forza bruta.  Poi c’è un signore, pace all’anima sua come all’anima di tutti i nostri morti, che era detto Hitler, lo immagino Hitlér, con voce napoletana. Ma questo Hitlér non ha nulla a che vedere col pupazzo di San Gregorio. Perché tutti questi buffi soprannomi – certo Hitler non è proprio buffo buffo – sono esistiti perché una comunità li ha pronunciati, a volte dopo averli lei stessa assegnati. Esistono perché sono nomi di famiglia, passati di generazione dal padre ai figli o dal padre al figlio meritevole secondo leggi misteriose eppure chiare a chi a quella collettività partecipa. Persino Hitlér  – che fosse di idee ributtanti o che il nomignolo sia inverso al suo carattere, magari profondamente democratico – è stato immerso in una coralità che per una parte importante della sua vita così l’ha chiamato, così l’ha salutato vedendolo arrivare di lontano e così si è accomiatata da lui fino alla tomba e oltre. Il presepe esiste se esiste una comunità che in quella scena si riconosce. È un bel sogno ma ci vuole qualcuno che lo guardi e qualcuno che non sia solo. Quel pupazzo di terracotta dimostra che la comunità è in crisi, si tiene con la sputazza, sta per sbrandellarsi. A San Gregorio Armeno da una parte ci sono i pastori che da secoli vengono fatti, tutti uguali e tutti riversi, dall’altra i pupazzi di terracotta con le starlette di vario tipo (anche Trump, Salvini e Renzi alla fine sono starlette un po’ pericolose). La sintesi è impossibile, alla fine chi vincerà?

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