Vialli: «Sono malato, non so come finirà la mia partita»

L’intervista al Corsera: «Lippi è il mio messia, la Juve di Moggi avrebbe potuto vincere 7 scudetti su 10. Voleva vincerli tutti, e allora ha infranto le regole».

Vialli: «Sono malato, non so come finirà la mia partita»

L’intervista al Corriere della Sera

Gianluca Vialli torna a parlare di sé, in una lunga intervista al Corriere della Sera. La parte più significativa delle sue dichiarazioni riguarda il suo stato di salute: Vialli è malato, ha il cancro e ne parla apertamente. Queste le sue parole: «Del cancro fatto volentieri a meno. Ma non è stato possibile. E allora l’ho considerata semplicemente una fase della mia vita che andava vissuta con coraggio e dalla quale imparare qualcosa. Sapevo che era duro e difficile doverlo dire agli altri, alla mia famiglia. Non vorresti mai far soffrire le persone che ti vogliono bene: i miei genitori, i miei fratelli e mia sorella, mia moglie Cathryn, le nostre bambine Olivia e Sofia. E ti prende come un senso di vergogna, come se quel che ti è successo fosse colpa tua. Giravo con un maglione sotto la camicia, perché gli altri non si accorgessero di nulla, per essere ancora il Vialli che conoscevano. Poi ho deciso di raccontare la mia storia e metterla in un libro».

«Dopo l’intervento, otto mesi di chemio e sei di radioterapia mi sento bene. Anzi, molto bene. È passato un anno e sono tornato ad avere un fisico bestiale (Vialli ride). Ma non ho ancora la certezza di come finirà la partita. Spero che la mia storia possa servire a ispirare le persone che si trovano all’incrocio determinante della vita. E spero che il mio sia un libro da tenere sul comodino, di cui leggere una o due storie prima di addormentarsi o al mattino appena svegli. Un’altra frase chiave, di quelle che durante la cura mi appuntavo sui post-it gialli appesi al muro, è questa: “Noi siamo il prodotto dei nostri pensieri”. L’importante non è vincere; è pensare in modo vincente. La vita è fatta per il 10 per cento di quel che ci succede, e per il 90 per cento di come lo affrontiamo. Spero che la mia storia possa aiutare altri ad affrontare nel modo giusto quel che accade. Vorrei che qualcuno mi guardasse e mi dicesse: “È anche per merito tuo se non ho mollato”».

La Sampdoria, il Napoli di Maradona, la Juve

Vialli sarebbe dovuto approdare alla Juventus ben prima del 1992: «Non ero ancora pronto. Il presidente Mantovani mi spiegò il progetto della Samp. Che poteva aspettarmi. Crescemmo passo a passo. La coppa Italia. La finale di Coppa delle Coppe, persa. La finale di Coppa delle Coppe, vinta. E poi il 1991, l’anno dell’impresa tricolore. Mi cercarono anche il Milan di Berlusconi e il Napoli di Maradona, l’avversario più forte che abbia mai affrontato. Ogni volta, però, Mantovani mi chiamava in ufficio, e mi spiegava la sua missione: sfidare lo status quo, ribaltare le gerarchie del calcio. Quando uscivo mi pareva di camminare sulle acque. Ero innamorato di lui, della squadra, dell’ambiente. Io e Mancini eravamo fratelli, il presidente aveva due cani che si chiamavano Roberto e Gianluca».

La Juventus è arrivata dopo: «Un onore, e un onere. Senti il peso della maglia, il dovere di riconsegnarla piegandola per bene e riponendola un po’ più in alto di dove l’avevi presa. E poi Torino, che aveva fama di città fredda e grigia, in realtà è meravigliosa. Vincemmo tutto, compresa la Champions. Finale all’Olimpico di Roma. Segna subito Ravanelli, pareggia Litmanen. Grande partita, finita ai rigori. La chiude Jugovic segnando il quarto. Io avrei dovuto tirare il quinto o il sesto. Fu un sollievo infinito. All’Olimpico avevo sbagliato un rigore al Mondiale del ’90 contro gli Stati Uniti, e mi ero rotto un piede tirandone un altro contro la Roma. Quella notte sapevo che era la mia ultima occasione per vincere la Champions».

Moggi

I successi in bianconero dopo il 1994, l’anno in cui si forma la triade Giraudo-Bettega-Moggi. Il pensiero di Vialli: «Moggi è un dirigente che ti metteva nelle condizioni di dare il massimo; e i calciatori pesano i dirigenti da questo. Non dal mercato o dalla politica. La sua Juve avrebbe potuto vincere 6 o 7 scudetti su 10, rispettando le regole. Ma poi la gola ha fatto sì che tentasse di vincerli tutti, non rispettando le regole. Io non ho mai avuto l’impressione che gli arbitri ci favorissero. Ne ho anche discusso con i colleghi. Un calciatore tende sempre a pensare che gli arbitri stiano complottando contro la sua squadra. A volte diventa uno sprone a reagire e dare il meglio».

Il processo per doping: «Posso parlare per me. Avrei potuto vivere più serenamente quella vicenda, come altri colleghi. Non ce l’ho fatta. Fu un’ingiustizia. Le parole di Zeman su me e Del Piero? Non voglio riaprire vecchie polemiche. È possibile discutere se sia meglio per una distorsione dare il Voltaren, o andare 15 giorni in montagna a riposare. Non è possibile mettere in dubbio i risultati di una carriera. All’inizio ci ho sofferto. Poi ho capito che se ti preoccupi di quello che pensano gli altri appartieni a loro. La creatina che abbiamo preso? Sì, è vero. L’abbiamo fatto per qualche mese. Come tutti. Lecitamente».

Gli allenatori

Trapattoni, Sacchi e Lippi secondo Vialli: «Il Trap era abituato a gestire il cavallo più forte; ma allora con il Milan si correva per il secondo posto. E questo non poteva accettarlo. Con Sacchi ci fu uno scontro di personalità. Ero abituato a dire quel che pensavo: con lui l’equilibrio tra tensione e serenità non c’era. Mi escluse, convinto che i miei dubbi avrebbero creato energie negative nel gruppo; e aveva ragione. Sbagliai io a rifiutare, quando per due volte mi richiamò, prima e dopo il Mondiale del ’94. Feci il permaloso. La maglia azzurra non si rifiuta mai. Lippi è il mio messia. Al primo colloquio gli dissi che volevo lasciare la Juve. Mi rispose: “Proprio ora che arrivo io e ho bisogno di te?”».

 

 

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