L’inizio del campionato è sempre un’emozione nuova, è la magia del calcio

Giovanni Arpino ricordò che tifo deriva dal greco e significa “nebbia”, quindi siamo tutti annebbiati. Pasolini disse che il calcio era l’unica rappresentazione rimasta

L’inizio del campionato è sempre un’emozione nuova, è la magia del calcio
Pier Paolo Pasolini con la maglia del Genoa

È sempre la prima volta. È una emozione che si rinnova, non si ripete, resettando inevitabilmente tutto ciò che l’ha preceduta. Qui non c’è’ il tasto “ripristina”. Si parte, non si riparte.

Inizia il campionato di calcio ed inizia il “nostro campionato”, un torneo in cui il tifo, tante volte citato a ragione come fomentatore di isterismi nazionalisti, indipendentisti o propagandistici, deve essere considerato come un fattore importante della distensione. Un luogo in cui la squadra del cuore è il copione e il campionato che comincia la drammaturgia di questo incontro.

Vogliamo e dobbiamo solo divertirci. Non abbiamo altri obiettivi, malgrado il nostro essere tifosi. Giovanni Arpino, magister assoluto, ricordò che tifo deriva dal greco e significa “nebbia”. Per questo gli appassionati, di questa o quella squadra, sono “annebbiati”. Ma ciò non deve cancellare la ragione e l’ironia, il saper prendere il gioco così com’è, soprattutto quando le partite finiscono

Indosseremo, giornata dopo giornata, le nostre divise, vivendo le nostre rispettive squadre del cuore con passione, applausi, imprecazioni. Chi ci segue può confermarlo: diventiamo, ma per davvero, bambini. Poi, ritorniamo adulti. Professionisti e lavoratori  ammirati e rispettati nei rispettivi mestieri ma con l’orologio della vita caricato dalla poesia del calcio

Sì, poesia. malgrado tutto e tutti, i rancori, i veleni, i sospetti, i pugni in tasca, quel rigore giusto o sbagliato. Perché l’incantesimo ricomincia, non si ripete, ogni volta, al fischio iniziale dell’arbitro. E in quel tempo, epico, omerico, fanciullo, tutto si ferma: Eupalla non permette distrazioni. Ritorna, se vogliamo, l’attualità di Pier Paolo Pasolini, lo scrittore corsaro, che giocava all’ala destra, tifava per il Bologna e cercava di imitare sul verde prato il doppio passo di Biavati. Così PPP rispose a Guido Gerosa, in un’intervista a «L’Europeo» del 31 dicembre 1970, alla domanda «insomma, cos’è che la ipnotizza nel calcio, Pasolini?»:

Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. mentre altre rappresentazioni sacre, perfino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro. Il cinema non ha potuto sostituirlo, il calcio sì. Perché il teatro è rapporto fra un pubblico in carne e ossa e personaggi in carne e ossa che agiscono sul palcoscenico. Mentre il cinema è un rapporto fra una platea in carne e ossa e uno schermo, delle ombre. Invece il calcio è di nuovo uno spettacolo in cui un mondo reale, di carne, quello degli spalti dello stadio, si misura con dei protagonisti reali, gli atleti in campo, che si muovono e si comportano secondo un rituale preciso. Perciò considero il calcio l’unico grande rito rimasto al nostro tempo.

Cari Napolisti, nel giorno dei funerali delle vittime dello Stato a Genova inizia il campionato di calcio. In questo paradosso idealmente abbracciamo il nostro faro Osvaldo Soriano, il narratore argentino che da ragazzo, in Patagonia, giocò centravanti, dove gli stopper avevano facce da assassini e scendevano in campo, non metaforicamente, con il coltello tra i denti. Il magnifico Gordo scrisse che «sono così le storie di calcio: risate e pianti, pene ed esaltazioni».

Esattamente come la vita.

Buon campionato a tutti.

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