La storia del calciomercato del Napoli: 1968, l’anno delle meteore

Aristide Guarneri, Harald Nielsen, Claudio Sala, Egidio Salvi: i quattro acquisti dell’estate 1968 non hanno lasciato un segno indelebile nella storia del Napoli.

La storia del calciomercato del Napoli: 1968, l’anno delle meteore
Harald Nielsen (Archivio Morgera)

Dreams never end

Inizia oggi ed andrà avanti per diverse puntate questo flashback sul Calciomercato del Napoli negli ultimi 50 anni. Si parte dall’annata 1968-69 e, decade per decade, daremo uno sguardo agli acquisti e alle cessioni, ai giocatori che fecero la fortuna del club o furono semplici comparse, a chi mise radici in città o divenne una meteora di passaggio, a chi iniziò da Napoli la sua parabola ascendente o a chi recitò il ruolo di ‘acquisto boom’.

Si traccerà il profilo di calciatori, oggi forse dimenticati, che comunque accesero la fantasia dei tifosi, al di là delle aspettative e del reale rendimento di ognuno di essi a fine stagione. Perché si sa, bastava accostare il nome di un giocatore nuovo al Napoli e subito l’immaginazione prendeva il sopravvento. “Dreams never end”, dicono i britannici.

Il Calciomercato faceva sognare allora e lo fa ancora oggi, riempiendo quell’enorme vuoto delle domeniche senza calcio. Quelle in cui tua moglie ti ricorda di caricare la macchina per andare al mare e tu pensi che puoi tornare anche dopo le tre. Perchè quel giorno la gara del Napoli non c’è.

Ieri e oggi

Ricorsi che vanno, ricorsi che vengono ma il ‘protocollo’ delle presentazioni è cambiato da un pezzo e non solo in casa Napoli. Scomparse, a favore di una infinita asetticità, le presentazioni di una volta quando correvi in edicola per comprare il giornale e vedere la prima foto del nuovo acquisto che salutava i suoi nuovi tifosi da un albergo del Lungomare. C’era il calore, il sostegno, la passione, l’abbraccio dei napoletani che da subito facevano capire al nuovo arrivato dove cavolo fosse sbarcato, in quale mondo affamato di pallone veniva a giocare e quali erano le loro aspettative.

Tappe obbligate di passaggio erano le visite mediche a Villa del Sole (ma non solo), la firma del contratto nella sede di Via Crispi, la canonica stretta di mano col presidente, il breve soggiorno in un albergo del Lungomare in attesa di trovare casa, magari a Posillipo o a Via Manzoni ed infine la passeggiata verso Castel dell’Ovo.

Lontano da Napoli

Oggi tutto si svolge rigorosamente lontano da Napoli. Visite a Villa Stuart a Roma, uscita con salutino e sorriso ma senza dare confidenza ai quei poveri disperati che sono lì per una foto o un autografo, di corsa alla Filmauro per la firma sul contratto, foto di rito con corni, cornetti e cornicelli (meno male che non sono state ripetute più le pantomime con le maschere da leone alla Inler!), uscita dal set cinematografico… pardon dall’ufficio del Presidente e nuovi sorrisi, stavolta per i giornalisti. Dichiarazioni zero. Ci vediamo in ritiro.

Il giocatore che arriva, quindi, Napoli l’ha vista in televisione e la vedrà, magari, quando andrà a cercare una casa. Se non si piazza dalle parti di Castel Volturno, Lago Patria o Varcaturo. Tutto qua. Sì, Dylan, “Times are changing”, d’accordo, ma se permettete guardiamo ancora con un pizzico di nostalgia a quelle foto in bianco e nero di tanti anni fa. Quando la simbiosi tra città e giocatore era all’apice.

Prima puntata – 1968-69

Acquisti: Guarneri, Nielsen, Sala, Salvi
Cessioni: Bosdaves, Girardo, Orlando

Le contestazioni degli studenti universitari del maggio 1968 si intrecciano con l’ultima gara di campionato del Napoli in casa, il clima ribollente delle aule di Mezzocannone non sembra fare il paio con l’atteggiamento di una squadra con la testa quasi in vacanza, tranne i nazionali Juliano e Zoff. Il Campionato Europeo, l’unico poi vinto dall’Italia nella sua storia, è alle porte ed i nostri atleti saranno tra i protagonisti di quella manifestazione. In verità la testa tanto sgombra da pensieri non ce l’ha nemmeno lui, il ‘Petisso’. Il tecnico sa, infatti, che quella partita chiude il suo primo ciclo napoletano, se ne va a Firenze a vincere uno scudetto mentre il Napoli affiderà la panchina al duo Chiappella-Parola.

Il fine torneo, dunque. Gli azzurri pareggiano a reti bianche col Brescia dopo la bella vittoria per 2 a 1 a Milano contro l’Inter (Canè e Barison) e consolidano il secondo posto in classifica, seppure a 9 lunghezze dal Milan stellare di Rivera, Rosato, Cudicini, Prati, Trapattoni, Lodetti e ‘diavoli cantanti’.

Egidio Salvi

Nelle ‘rondinelle’ viste al San Paolo, però, gioca una minuscola ala, un piccoletto che spesso porta i calzettoni abbassati alla Sivori. Si chiama Egidio Salvi, è un bresciano purosangue, ed i suoi partner d’attacco sono un certo Ariedo Braida, che farà un’ottima carriera nel Varese ed oggi è direttore sportivo del Barcellona e Tanino Troja che ritroveremo poi nel Napoli di Vinicio. Crediamo il Napoli seguisse già il calciatore, gli fa pregustare una carriera ricca di soddisfazioni, lontana dal calcio provinciale di Brescia ed Egidio è più che tentato dall’esperienza al Sud.

Di fronte al suo futuro pubblico Salvi fa una partita senza strafare ma mette indubbiamente in moto le sue qualità che sono la corsa, il dribbling, il sapersi smarcare, cercare la finalizzazione e tenere la palla. Un trottolino irrequieto, una via di mezzo tra Sivori e Meroni, un giocatore che può tornare utile alla causa partenopea vista anche la decadenza psico-fisica del “Cabezon”. Nel Napoli si alternerà spesso con Canè sulla fascia destra ma il suo ruolo non era quello di punta bensì di ala/trequartista.

Egidio Salvi (Archivio Morgera)

A fine anno, dopo 16 presenze senza reti, lascerà Napoli, l’unica parentesi della sua carriera trascorsa tutta con la maglia del Brescia, e tornerà in ‘patria’. Belle alcune dichiarazioni rilasciate un paio di anni fa dal giocatore che, nonostante una vita trascorsa nella squadra della sua città, ebbe a dire : «L’esperienza di Napoli fu fantastica, giocai nella squadra del mio idolo di sempre, Sivori, e la gente mi chiamava ‘o curto per la mia non eccelsa statura. Indimenticabile».

Claudio Sala

Non fu lui, però, il primo acquisto di quell’estate. Il primo ad arrivare in sede per le visite mediche, a fine giugno, fu Claudio Sala che il Napoli aveva già formalmente acquisito l’anno prima ma lo aveva lasciato giocare a Monza un altro campionato. In azzurro, malgrado la giovane età e la spietata concorrenza dei sudamericani Sivori, Altafini e Canè, Chiappella lo utilizza sull’intero fronte della linea avanzata e lo schiera coi titolare in 23 occasioni, caratterizzate da due gol. Fu, dunque, giocatore di classe ma di difficile collocazione nel telaio della squadra.

A destra, Claudio Sala (Archivio Morgera)

È fine giugno quando “Banana” (chiamato così per via della pettinatura, non ancora ‘poeta del gol’) fa il giro del lungomare e si concede ai fotografi di “Sport Sud”. Sala fu uno dei pochi giocatori dell’epoca che vide quadruplicare il proprio valore nel giro di un anno. Corcione aveva pagato 125 milioni il riscatto dal Monza e Ferlaino, neo presidente, lo vendette per 470 milioni l’anno dopo. Altro che plusvalenza! Neanche Claudio Sala dimenticherà facilmente la sua esperienza napoletana visto che nella nostra città incontrò Nunzia, la sua dolce metà.

Harald Nielsen

Chi va a sostituire il partente Orlando, che andrà alla Spal, è il danese Nielsen che è più giovane di tre anni ma è abbastanza acciaccato, all’Inter ha dato poco dopo le grandi stagioni da protagonista a Bologna. Attaccante di tecnica sopraffina e con un innato senso del gol, Nielsen, malgrado il carattere che lo fa sembrare abulico, è uno dei bomber più quotati del nostro campionato ed il pubblico felsineo gli affibbia il soprannome di “Dondolo” per quelle sue tipiche movenze che sembravano farlo ciondolare per il campo.

A Napoli segnerà solo due reti, nella stessa partita di Coppa Italia contro il Catania. Era settembre ed i tifosi pensavano di aver ritrovato il goleador che aveva vinto uno scudetto col Bologna solo 4 anni prima. Così non fu, a fine stagione, anche il bel danese dovette fare le valigie per andare a giocare un ultimo e malinconico campionato nella Sampdoria. Forse Chiappella lo impiegò male facendolo giocare qualche volta da centravanti arretrato con Josè Altafini come prima punta, forse non si ambientò mai. Si dice che in ritiro mentre tutti giocavano a carte, lui era l’unico che, in un angolo, leggeva un libro. Dopo l’esperienza in blucerchiato si ritirò e appese le scarpette al chiodo a 30 anni. Ormai i guai fisici erano praticamente insanabili.

Aristide Guarneri

Proprio dalla squadra felsinea, per sostituire l’altro partente, l’azzurro di lungo corso Girardo (202 presenze e 5 reti col Napoli), arriva Aristide Guarneri per 125 milioni. Un giocatore di esperienza che è ancora nel giro della Nazionale ed il cui curriculum vitae parla da solo. È stato, infatti, uno degli eroi della Grande Inter di Herrera e come tale viene accolto a Napoli. Insuperabile nel gioco aereo, marcatore freddo e preciso, in compagnia di Burgnich e Facchetti e del libero Picchi, lo stopper cremonese, in una squadra votata al contropiede, dà vita ad una difesa difficilmente superabile sulla quale l’Inter getta le basi dei suoi innumerevoli trionfi.

Aristide Guarneri (Archivio Morgera)

Una inguaribile nostalgia lo coglierà a fine anno e se ne andrà quando avrebbe potuto fare almeno tre anni a grossi livelli. Così, fra un infortunio e qualche malinteso difensivo con Panzanato, gioca poco, solo 22 partite, e torna ai nerazzurri. Guarneri fu il classico specchietto per le allodole per fare abbonamenti. Come dire, Ferlaino non inventerà niente quando metterà in scena i suoi “coup de theatre” negli anni a venire. Ma il nonnino Aristide ancora oggi dice ai nipotini : «Ho segnato un solo gol in Nazionale e l’ho fatto alla Russia. A Jascin, il portiere più forte di tutti i tempi».

Una cosa abbastanza rara accomunò poi questi quattro acquisti del Napoli. Tutti, chi per un motivo, chi per un altro, lasciarono gli azzurri l’estate successiva senza particolari rimpianti. Guarneri, Nielsen, Salvi e Sala. Grandi giocatori sulla carta ma meteore napoletane nell’anno della contestazione.

Foto (Archivio Morgera)
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  1. Di Orlando ricordo ancora la sua Citroen Pallas azzurra ero un bambino e lui venne a Bagnoli .

  2. Se non ricordo male, quella stessa estate circolò la bufala dell’arrivo in panchina di Otto Gloria, tecnico del Benfica, che avrebbe dovuto allenare in tandem con Carletto Parola. Ho ancora in mente il roboante titolo di Sport Sud: “E’ un Napoli di Gloria… ma sarà di Parola?”

  3. Sono tendenzialmente nostalgico e quindi mi piace immergermi nei ricordi di 50 anni fa. Certo Nielsen e Guarneri furono una delusione, nomi altisonanti che non resero quanto ci aspettavamo. Quella storia di Salvi ‘o curto è bellissima.
    Il rimpianto è Claudio Sala, plusvalenza o no, era un grande giocatore. Peccato

  4. Marco Burattino 14 giugno 2018, 10:09

    Bellissima idea questa rubrica

  5. A 19th century man 14 giugno 2018, 7:45

    Vabbè, diciamo che erano giocatori potenzialmente funzionali ad una causa scudetto, che non arrivò un po’ per mancanza di mentalità vincente, un po’ per approssimazione societaria, un po’ per mancanza di peso nel palazzo. A Napoli abbiamo un termine per designare tutte e tre le cose contemporaneamente e questo termine é “sfiga”… Infatti poi lo abbiamo vinto con Maradona, non tanto per il suo riconosciuto spessore divino in campo, in quanto il calcio è uno sport di squadra e l’apporto complessivo di un singolo giocatore fortissimo nell’insieme della squadra rimane abbastanza limitato, ma quanto per il suo eccezionale carisma umano capace di neutralizzare le succitate componenti penalizzanti. Se fosse per assurdo venuto un giocatore ancora piú forte di lui ma senza carattere avremmo continuato a non vincere nulla.

    • E aggiungerei che senza Allodi prima e Moggi dopo, e senza la benevolenza del “palazzo” in quella breve fase storica con Matarrese e Nizzola, neanche con D10S in campo il Napoli sarebbe mai riuscito nell’impresa…

      • A 19th century man 14 giugno 2018, 21:31

        Viceversa, con un apparato “juventino” (al netto delle ruberie: la Juventus è obiettivamente un esempio ineguagliato, almeno in Italia, di organizzazione societaria) alle spalle ne avrebbe vinto qualcuno in più: uno negli anni 30, uno negli anni 60, uno negli anni 70, uno negli anni 80 pre-D10S, tre anziché due con Diego e uno nella gestione Pappy. Avremmo potuto realisticamente vincerne 8. Dinamiche simili anche per l’odiata Roma, che non so quante volte s’è fermata ad un metro dal traguardo.

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