I Mondiali e la “dittatura europea”: mai sconfitte le selezioni del Vecchio Continente

Le nazionali europee sempre imbattute negli scontri intercontinentali, in difficoltà quelle del resto del mondo. È l’inevitabile tendenza allo squilibrio e alla stratificazione.

I Mondiali e la “dittatura europea”: mai sconfitte le selezioni del Vecchio Continente

In attesa di Brasile-Svizzera

Qualora Germania-Messico dovesse finire senza un incredibile successo della Tricolor, il numero salirebbe a sette. Parliamo del numero di partite dei Mondiali che hanno coinvolto selezioni europee. E che hanno visto le nazionali del Vecchio Continente sempre imbattute negli incontri intercontinentali. Serbia-Costarica, prima partita del 17 giugno, ha confermato la tendenza avviata fin dalla prima giornata di gare: la Russia ha battuto l’Arabia Saudita; la Francia ha battuto l’Australia; la Danimarca ha battuto il Perù; la Croazia ha battuto la Nigeria; l’Islanda ha pareggiato con l’Argentina. Due sole vittorie per le nazionali extraeuropee: l’Iran ha battuto il Marocco e l’Uruguay ha battuto l’Egitto.

Si tratta di risultati significativi. A parte la “macchia” di Argentina-Islanda, la superiorità delle nazionali europee è certificata nella percezione del potenziale assoluto (Croazia più forte della Nigeria, Francia più forte dell’Australia), ma anche in partite con valori equilibrati (Serbia-Costarica, Danimarca-Perù). Se ci aggiungiamo anche la “macchia” di Argentina-Islanda, viene fuori un quadro completo e chiaro. Insomma, siamo di fronte a una vera e propria dittatura, confermata anche dall’albo d’oro. Dal 2006 ad oggi, tre vittorie e cinque finaliste – su sei – europee. Se vogliamo andare ancora oltre, tre semifinaliste sudamericane (Uruguay 2010, Brasile e Argentina 2014) su dodici. L’ultima speranza è il Brasile, impegnato questa sera contro la Svizzera. Difficile che la Seleçao di Tite ripeta l’impresa rovesciata di Messi e compagni. Ma al tempo stesso, una mancata vittoria della banda-Neymar allargherebbe ancora di più un gap che sembra sempre più ampio tra l’Europa e il resto del mondo.

I problemi della formula

C’è qualcosa che non va, in un Mondiale a 32 squadre. Soprattutto se i risultati raccontano una disparità così ampia tra i vari continenti. Tre sconfitte dell’Africa su tre partite, di cui una contro l’unica squadra asiatica in grado di vincere una partita (Iran-Marocco 1-0). E zero gol segnati, soprattutto. Mancano ancora due partite, una probabilmente già segnata (Inghilterra-Tunisia), un’altra forse più equilibrata (Senegal-Polonia). Quindi, il discorso non è destinato a cambiare. L’Asia aspetta ancora l’esordio di Giappone e Sud Korea, mentre l’America (centrale e del Sud) arranca. Solo l’Uruguay è riuscita a segnare, e a portare a casa il risultato.

Da qui l’acre ricordo dell’esclusione dell’Italia, assolutamente ingiusta perché dettata da pure esigenze geografiche. Nel senso: il movimento italiano è da rifondare, ha perso uno spareggio ridicolo con la Svezia e non meritava di essere ai Mondiali passando per le qualificazioni europee. Al tempo stesso, però, assistere guardar giocare squadre prive della qualità (pur non eccellente) degli azzurri, oppure dell’Olanda, per lasciare spazio a Panama o alla Nigeria vista ieri sera, è un piccolo-grande delitto calcistico. 

A cui i Mondiali a 48 squadre non porranno rimedio, perché le proporzioni finiranno per favorire i continenti calcisticamente più arretrati. Le 13 nazionali europee diventeranno 16, a fronte di un aumento doppio per Asia (da 4/5 a 8 selezioni) ed Africa (da 5 a 9). Sarà un modo per stimolare la crescita di questi Paesi, ma manca un reale criterio meritocratico. È una politica demagogica a scapito della competitività sportiva.

Il gap economico

Per quanto possa essere brutto da pensare e/o scrivere, il calcio vive un momento di profonda stratificazione. Anzi, il gap economico e tecnico pare sia in fase di espansione, piuttosto che di contrazione. La distanza tra i campionati europei e quelli extraeuropei è così ampia da scongiurare ogni possibile “rimonta” delle nazionali extraeuropee che vadano oltre Brasile e Argentina. Tutti i calciatori più importanti del mondo giocano nelle leghe di Inghilterra, Spagna, Germania, Italia, il football è ormai glocalizzato ma la crescita e la standardizzazione del gioco non hanno contaminato le selezioni fuori dall’Europa. 

Lo spettacolo competitivo non appartiene da tempo alla prima fase dei Mondiali, a parte partite “storiche” come Portogallo-Spagna, e la tendenza va sempre più in questa direzione di squilibrio. La soluzione giusta non sembra essere quella di aprire i Mondiali (una strategia politica per i voti delle federazioni meno importanti), piuttosto un’idea sarebbe trovare una formula che imiti la Champions League, a privilegi la ricerca dello spettacolo e quindi le migliori selezioni. Non è facile far combaciare tutti i pezzi del domino. Intanto, ci godiamo un Mondiale viziato da una dittatura europea. Inevitabile, o forse no.

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