Nello staff di Ancelotti anche ex collaboratori di Sarri

Di sicuro restano Calzona e Bonomi. In forse Nista e anche Sinatti. Il tecnico gradisce lavorare con esterni al suo staff

Nello staff di Ancelotti anche ex collaboratori di Sarri

Il figlio e il genero

Non è una novità per i lettori del Napolista, ma ora è praticamente ufficiale. Allo staff di Carlo Ancelotti si aggregheranno due ex collaboratori di Maurizio Sarri, forse tre. Hanno rinnovato col Napoli e hanno scelto di rimanere (anche perché, va detto, le penali sarebbero altissime da pagare; ma non è solo per questo, la loro è una scelta). I due sono l’ex vice allenatore Calzona, Bonomi. Il terzo è il preparatore dei portieri Nista. In forse il preparatore atletico Sinatti.

Anche perché il preparatore atletico Carlo Ancelotti ce l’ha. È Francesco Mauro. Gli altri membri dello staff sono il figlio Davide, il genero (marito della figlia Katia) Mino Fulco che è il nutrizionista, Gigi La Sala che si occuperà di scouting.

Di seguito vi riportiamo un brano del libro di Ancelotti “Il leader calmo” in cui lui racconta come al Chelsea ha imparato a inserire nello staff persone già appartenenti al club e come questa commistione abbia prodotto ottimi risultati.

Ho imparato a lavorare senza il mio storico staff

Un non addetto ai lavori crede di avere ben chiaro come un allenatore debba gestire i giocatori, e anche i rapporti con i piani alti, ovvero le aspettative del proprietario o del presidente. Forse però non si rende conto della relazione più importante: quella tra l’allenatore e il suo staff. È qui che entra in gioco il secondo aspetto della famiglia, quella composta da me e i miei assistenti di fiducia. Il team di supporto dovrebbe essere lì per ascoltare, condividere idee, aiutarti; soprattutto, la fiducia dovrebbe essere implicita. La primissima cosa, tuttavia, è la fedeltà. Quella non è negoziabile. All’inizio, quando allenavo in Italia, avevo la mia famiglia calcistica lì, ovvero uomini corretti e affidabili con cui lavoravo da tempo, e avrei voluto portarli con me di club in club. Molti allenatori lo fanno quando arrivano in una nuova società: sostituiscono tutto lo staff con i propri collaboratori.

Al Chelsea

Il Chelsea, però, cambiò il mio atteggiamento su questo aspetto e mi fece capire che è possibile plasmare nuovi rapporti di lealtà e nuovi modi di lavorare. Cosa che mi ha reso anche più elastico e adattabile nel mio approccio alla leadership. Durante i miei colloqui con Roman Abramovic e Mike Forde dissi che avrei voluto portare con me i miei uomini, ma Abramovic replicò: «Guardi, noi abbiamo uno staff e un’organizzazione eccellenti. Gente capace. Facciamo così: intanto venga e veda se le piace, poi se non è contento cambia». Io accettai, risposi che avrei fatto un mese di prova. «D’accordo. Se mi trovo bene continuerò così» dissi. «Ma se non mi troverò bene dovremo cambiare qualcosa.»

Così il Chelsea fu la prima squadra in cui non portai con me nessun collaboratore, tranne Bruno Demichelis, uno psicologo italiano che parlava inglese. Riflettei a lungo, prima di acconsentire. Non ero sicuro, fino a quel momento avevo sempre lavorato con la mia famiglia calcistica ed ero un po’ preoccupato per la lingua. Bruno era, per così dire, il mio paracadute, e anche un valore aggiunto grazie alla sua esperienza a Milan Lab. Certo, avrei preferito avere tutti con me, ma nel frattempo stava diventando meno comune che i tecnici arrivassero in un nuovo club con tanta gente al seguito. (…)

La mia esperienza a Londra mi ha insegnato che spesso non si ha davvero bisogno di quello che uno credeva di volere. Lavorare con collaboratori che sono già parte del business in cui ti stai imbarcando può avere enormi vantaggi. Forse, se David Moyes non avesse cambiato lo staff storico del Manchester United, le cose sarebbero andate diversamente. Quanto a me, ero convinto che non avere intorno le mie persone di fiducia potesse essere un problema, invece ne trovai di nuove. Il problema, con la fedeltà, è che rischia di durare anche quando potrebbe rivelarsi controproducente. Portare con sé assistenti rodati e affidabili ha senso, ma probabilmente questi stessi assistenti erano al tuo fianco anche al momento dell’ultimo esonero. A volte i legami si allentano a causa di fattori esterni. Io, appunto, fui costretto ad abbandonare i miei uomini del Milan dopo un periodo di grandi successi condivisi per via del sistema Chelsea.

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