L’aumento riapre il dibattito: i professori guadagnano troppo o troppo poco?

Sono la categoria più lamentosa, seconda solo ai tassisti romani. Rifuggono il cartellino, respingono le accuse di avere troppe vacanze. L’Ocse e l’Economist ci forniscono informazioni utili

L’aumento riapre il dibattito: i professori guadagnano troppo o troppo poco?

L’aumento annunciato dalla ministra Fedeli

Gli insegnanti guadagnano poco, dicono. Ora guadagneranno un poco in più. Lavorano poco, dicono gli altri, e a questo punto di solito la discussione ha già preso toni da ring difficili da contenere. Visto che oggi la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli ha annunciato il rinnovo del contratto della scuola per un milione tra docenti e Ata, con un aumento medio sullo stipendio di 85 euro lordi mensili da suddividere in tre annualità, con una nota di consapevole masochismo ci immoliamo e ci saliamo anche noi, su quel ring: gli insegnanti italiani sono pagati poco? Molto? Il giusto? Il “giusto” è ovviamente un concetto di pura fantasia, nel senso che qualsiasi autorevole fonte a supporto di una tesi, in questo campo, verrà degradata a opinabile dopo tre passaggi di dibattito in trincea.

La categoria più lamentosa, seconda solo ai tassisti romani

Gli insegnanti, d’altra parte, nella percezione generale passano per essere una categoria “lamentosa”, appena uno scalino sotto i tassisti romani. È un luogo comune che si autoalimenta d’estate, quando la maestra che ha prenotato l’ombrellone per due mesi assiste alla sfilata dei ricambi bisettimanali degli altri lavoratori. Il tormentone “tre mesi di vacanze d’estate, due settimane a Natale, e poi Pasqua e poi i ponti…”, sommato all’orario da impiego part-time, è un pasticcio che la categoria non riesce a smontare. Anzi, quando ci prova, finisce in pieno nel paradigma vittimario e ottiene l’effetto contrario: chiagni e fotti? In questa diatriba la ricerca del consenso nell’immaginario collettivo non è un dettaglio, è la molla che fa scattare puntualmente levate di scudi, e persino sui numeri si degenera in rissa.

Quanto guadagnano

I numeri, dunque. Secondo uno studio dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) datato novembre 2016, su 36 paesi presi in esame, il Paese più generoso con gli insegnanti è il Lussemburgo, seguito da Germania e Danimarca. Quello che li paga di meno è l’Ungheria. L’Italia è a metà classifica, con uno stipendio annuale di 27.135 euro. Lo studio si riferisce ai docenti di scuola media, ma più o meno la scala di valori per gli altri è equivalente. Lo stipendio base medio in tutto il mondo è di 28.397 euro lordi, mentre quello massimo è di 52.377 euro.

In Italia un insegnante di scuola dell’infanzia prende dai 18.000 euro fino a 26.000, dopo i 35 anni di servizio. L’insegnante di scuola elementare dai 19.324 euro a 28.291 euro. Quello della secondaria di primo grado da 20.973 euro ai 31.325 euro, mentre per la secondaria di secondo grado l’insegnante percepisce dai 20.973 a 32.912 euro (fonte https://www.doocenti.com/). Poco? Beh, guardando questo grafico dell’Economist, si direbbe di sì:

Quanto lavorano

Se non fosse che l’Economist, poi, basandosi sugli stessi dati OCSE, in un’altra mappa disegnata sulla media settimanale di ore lavorate posiziona l’Italia alla pari col Cile sul margine sinistro della scala, tra i Paesi dove gli insegnanti lavorano meno al mondo.

La preparazione degli studenti ne risente? No

Prima di saltare alla sezione commenti armati d’ira, prendetevi un altro minuto: qui non si parla di qualità del lavoro, ma solo di quantità. Anzi, il PISA test (http://www.oecd.org/pisa/keyfindings/pisa-2012-results-overview.pdf) (il programma per la valutazione internazionale dell’allievo, che misura le conoscenze e le abilità acquisite) utilizzato dall’Ocse dice una cosa non ovvia: la preparazione degli studenti è una variabile indipendente, non ne risente. Lo stesso Economist sottolinea che gli scolari giapponesi e sudcoreani hanno più o meno gli stessi punteggi nei test di valutazione, ma in Giappone gli insegnanti lavorano 54 ore a settimana, in Corea 37. E che, per fare un altro esempio, in Estonia, che ha tra gli insegnanti meno pagati, gli studenti risultano più preparati di quelli olandesi, dove invece i docenti hanno stipendi cinque volte più alti.

Lavori poco, guadagni poco

È che l’intera questione vive sotto lo scacco della semplificazione totalitaria: lavori poco, guadagni poco. La difficoltà intrinseca è trovare una comune unità di misura, e se per il corpo insegnante la principale argomentazione si riduce all’impossibilità di tradurre in una quantificazione oggettiva il loro lavoro, beh… non se ne esce. E anzi palesa un tranello: se il conto delle ore di lezione frontale non basta (“ci sono i compiti da correggere, i consigli di classe, i colloqui coi genitori…”) serpeggia in parallelo il timore da parte dei docenti che la codificazione di un orario per le altre attività trascini con sé la sua esigibilità. Non si può, dicono, perché c’è di mezzo un mestiere d’alto profilo, quasi artigiano, di crescita e sviluppo dei vostri bambini. Giocando un po’ sul mezzo ricatto che insegnanti più pagati equivalgano a persone più soddisfatte e quindi lavoratori più prodighi, indipendentemente dal tempo speso in un’attività o in un’altra. Le rilevazioni scientifiche, come abbiamo visto, dicono un’altra cosa.

Il giusto salario

La lotta per l’emancipazione economica che la categoria porta avanti a dispetto dei cliché non può prescindere dal riferimento orario, per la valutazione del “giusto” salario. Altrimenti cadrebbero gli stessi presupposti di contrattazione sindacale che ha permesso il rinnovo di cui oggi dà notizia il Ministero. E secondo questi parametri c’è poco da opporre: 14 giorni di vacanze nel periodo natalizio, 2 o 3 giorni di vacanze nel periodo pasquale, 2 mesi e 15 giorni di vacanze nel periodo estivo, 3 giorni di permesso retribuito, altri 6 giorni di ferie annue, come da contratto collettivo nazionale, e l’obbligo di restare sul luogo di lavoro per 20-22 ore a settimana. Il “giusto” stipendio va calcolato su questi dati, non su altri. A meno che gli insegnanti non accettino un regime lavorativo in cui le attività di preparazione delle lezioni e correzione degli elaborati avvengano a scuola e non a casa, in una trasposizione puntuale del vecchio cartellino timbrato.

Le lezioni private

Siamo troppo maliziosi a pensare che questo fronte – il lavoro a casa o a scuola – abbia un nesso con le ripetizioni private che in media pesano sulle famiglie italiane per 1.620 euro all’anno a studente? Il giro d’affari dell’insegnamento privato genera un sommerso che supera gli 800 milioni di euro l’anno (Fonte: http://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2016/05/Ricerca-Costi-e-Sommerso-Ripetizioni-e-Dopo-Scuola-9-maggio-2016.pdf), ed è un dato come altri che nell’epoca della comunicazione compulsiva a proprio uso e consumo, finisce perso tra le prese di posizione a prescindere. E invece fa abbastanza specie che una categoria “speciale” per autoacclamazione non abbia il coraggio di superare la sostanza del cliché (“lavorano poco”) per passare al livello successivo (“pagateci di più”).

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  1. Mario Piccirillo 12 febbraio 2018, 16:04

    I dati che ho usato provengono da fonti autorevoli, e sono linkati. Se ne può discutere, ma ci sono. I dati mirabilmente espressi dal Sig. Trevi, però, continuano a non rispondere ad una domanda facile facile: visto che i giorni di ferie contrattualmente riconosciuti agli insegnanti (il contratto l’ho letto pure io, mi creda) sono ben al di sotto dei giorni che gli insegnanti hanno liberi dal lavoro, beh, quelli come si chiamano?
    Oggi è lunedì, io lavoro, lei sta lavorando presumo. Mio figlio è a casa perché la scuola è chiusa per “ponte”. E lo sarà anche domani, perché è “Carnevale”. L’insegnante di mio figlio oggi non lavora. Eppure non è in ferie. Il tempo libero ha un valore, anche economico.

    • Si, ma il sistema di valori e di responsabilità che ruota attorno al ruolo dell’insegnante è un po’ più ampio, ne converrà, rispetto ad un impiego con mansioni strettamente definite. Prevede preparazioni, aggiornamenti, correzioni. Anche mio figlio è a casa, ma io non considero la sua insegnante una babysitter che deve liberare me dall’impegno di custodia, bensì colei che con il suo lavoro deve concorrere a fare di mio figlio un ragazzo prima ed un uomo poi felice e ben integrato nel contesto sociale in cui vivrà.

      La sua domanda (il tempo ha lo stesso valore per tutti) è legittima però lei la inserisce in un contesto di giudizio chiaro prima di ascoltare la risposta, è questo che cerco di dire anche dal precedente articolo. Dal mio punto di vista è un errore metodologico. Si capisce subito dove vuole andare a parare. So che lei non sarà d’accordo ma se si sofferma un attimo un po’ di verità ce la trova. Così come io ammetto tranquillamente di essere un po’ sensibile in questo periodo al topic correttezza dell’informazione perchè ho assistito, anche se non direttamente, al male che può fare.

  2. Mario Piccirillo 11 febbraio 2018, 13:50

    Sono io che ringrazio lei per l’attenzione, prima di tutto. E anche, non è scontato, per l’approccio alla discussione che invece solitamente- come ho premesso nel testo- finisce in una rissa dopo due battute.
    Detto ciò, ho evidentemente sbagliato – pensavo di averlo esplicitato -a non sottolineare con più forza che il pezzo è sulla quantità di lavoro degli insegnanti, e ancor di più sulla sua percezione all’esterno della categoria. Perché come sa benissimo, la qualità è quasi impossibile da quantificare. All’interno della stessa categoria ci sono persone che svolgono il proprio mestiere con impegno e passione, fregandosene degli orari ecc… e tra gli insegnati credo che siano la maggioranza, ma anche quelli che fanno il minimo sindacale e a volte nemmeno quello. Il minimo sindacale è il problema. I giorni di ferie contrattuali non corrispondono al reale riposo di cui possono godere – pagati male finché vuole ma pagati – gli insegnanti. Essere a disposizione della scuola, chiusa, si traduce nella realtà a stare a casa a fare quel che si vuole. O mi vuole dire che a scuole chiuse per DUE giorni di ponte dei morti (ma che ponte è se la festività è di mercoledì?!) gli insegnanti possono dire di essere a lavoro sol perché a disposizione dell’istituto? E nelle due settimane di festa nel periodo natalizio? Quali altre categorie possono godere di un così ampio margine di discrezionalità lavorativa, visto che la “produttività” di un insegnante è un concetto delicato e spesso declinato in maniera degradante?
    Il cuore del pezzo – e ripeto: colpa mia se non mi sono spiegato bene – è esattamente un ragionamento sulla difficoltà di quantificare (e quindi rendere meno opinabile) il reale impegno a cui è “costretto” l’insegnante. E su quello, non io ma i vostri sindacati, basano le rivendicazioni economiche. Se vuol sapere il mio parere, è che gli insegnanti dovrebbero essere pagati molto di più, e “costretti” a fare il loro importantissimo lavoro per 8 ore al giorno in modo codificato e verificabile. Hai 36 giorni di ferie all’anno? Benissimo, il resto del tempo, però lo passi a scuola, a lavorare. Altrimenti vale tutto, in questo discorso, ed è perciò che di solito il confronto è impossibile.

    • Guardi, che il cuore del suo commento sia la quantificazione del lavoro di un docente mi è stato ben chiaro dalla prima lettura. Per questo ho provato a fornirle qualche elemento di conoscenza.
      Evidentemente su questo non ci ritroviamo, e se vogliamo è anche comprensibile avendo due esperienze differenti della questione.
      Come le dicevo, la sua riflessione, di per sé nemmeno nuova, fonda a mio avviso su due presupposti erronei: 1) il primo è fondato proprio sulla valutazione quantitativa del lavoro attualmente svolto sulla base degli obblighi contrattuali, da cui non si può scappare e che prescindono persino dall’essere più o meno scrupolosi sul lavoro: le 78 ore mensili di cui le dicevo (72+6, tenendo conto delle ore di lezione in classe + quelle di attività aggiuntive regolamentate da contratto) le deve fare chiunque e sono certificate dal registro delle presenze che si è obbligati a firmare e dai verbali delle attività collegiali a cui si è obbligati a partecipare. La retribuzione attuale fonda su quelle e, come le dicevo, corrisponde più o meno a 28 euro lordi mensili (col nuovo contratto, giunto peraltro dopo 8 anni di blocco, non cambierà poi molto: si parla di un aumento medio lordo di circa 80 euro mensili, cioè si arriverà a regime attorno ai 29 euro lordi/ora)
      Quello che sfugge completamente è il carico aggiuntivo di lavoro che si svolge al di là di quello già “codificato”: nell’altro commento l’ho quantificato in sole 4 ore mensili in più. Capisce da solo che è impossibile che un qualunque insegnante, anche il più scannsafatiche, possa dedicare una sola ora la settimana alla preparazione delle lezioni (ricerca e/documentazione; preparazione di fogli di lavoro, attività o quant’altro) e alla correzione di prove ed esercizi. Così come le ho detto che vi sono altre attività (tra visite guidate, iniziative promosse dalla scuola etc.) che comportano un ulteriore aumento del monte orario “effettivo”, al di là di quello già codificato ed “obbligatorio”.
      Di tutto ciò la retribuzione attuale non tiene alcun conto. Si dà per scontato che si facciano. Paradossalmente dovrei dirle che sarei autorizzato effettivamente a non far nulla una volta svolte le ore da contratto. Nella pratica, come le dicevo, nemmeno il più neghittoso dei docenti può farlo. Va da sé, che se nel calcolo della retribuzione oraria inseriamo una stima forfettaria di queste ore, come ho fatto nell’altro commento, quella scende ben sotto i 28 euro di cui sopra.
      2) il secondo presupposto, a mio avviso concettualmente erroneo, è quello di creare un rapporto diretto tra retribuzione e tempo lavorato, cosa che mi pare abbia poco senso in qualsiasia attività di tipo professionale: le ho già fatto degli esempi e quindi è inutile tornarci su. Anche perché in questo modo si ignorano completamente gli oneri che derivano dalle responsabilità, anche di fronte alla legge, che sono connaturate allo svolgimento della professione docente: avere la responsabilità di 20-30 minori tutti insieme, sottolineo, per diverse ore al giorno non è proprio una passeggiata di salute, come peraltro chiunque abbia anche soltanto un figlio dovrebbe comprendere. A me pare che se, giustamente, si richiedono delle responsabilità di tal genere, altrettanto giustamente tale richiesta dovrebbe avere un corrispettivo economico. Invece anche in questo caso i famosi 28 euro di cui sopra si dà per scontato compredano anche questo.

      Il quadro, quindi, a me pare alquanto più complesso di come spesso viene presentato. E che il discorso sulle “vacanze”, quindi, in questo quadro abbia davvero poco senso, sia anzi totalmente fuorviante.

      Va bene, basta così, perché altrimenti rischia di diventare un ping-pong sterile.

      Grazie ancora.

  3. Non so su quali basi siano forniti certi dati. Ad esempio i fantasiosi 2 mesi e 15 giorni.
    Il CCNL prevede come ferie 32gg (per chi ha un’anzianità di servizio superiore ai 3 anni) + 4 di cosiddette ex festività sospese. Le ferie possono essere godute soltanto nel periodo di sospensione delle attività didattiche.
    I 6gg di ferie di cui si parla nel pezzo non sono in alcun modo aggiuntivi al numero suddetto, ma prese a scalare da quello durante il corso dell’anno scolastico e sono concesse a discrezione del DS se non comportano aggravi per l’amministrazione. Nella pratica sono a volte in parte utilizzati da qualcuno quando ha esaurito i 3gg di permesso per motivi familiari (richiedibili a domanda e che vanno concessi dal DS, anche se capita ancora di trovarne che negano questo diritto contrattuale) e ha bisogno di assentarsi.

    Il contratto prevedeva inoltre un monte ore di 40+40 annue di attività aggiuntive all’insegnamento (ad esempio programmazione di inizio anno scolastico, collegi docenti, consigli di classe etc.). Nel nuovo contratto a quanto leggo diventeranno 80 complessive, senza distinzioni di tipologia.

    Da chiarire che il lavoro dedicato alla preparazione delle lezioni, alla formazione e all’aggiornamento non sono comprese nel suddetto monte ore e sono aggiuntive.

    Questo per dare numeri corretti.

    In senso più generale, leggo la solita demagogia.
    Da qualche anno vivo in UK, dove la scuola chiude attorno al 20 luglio, ma dove durante l’anno sono previste tre half term holidays, cioè tre periodi di una settimana ciascuno di sospensione delle attività didattiche, per cui alla fine della fiera il numero complessivo del calendario scolastico, che è quello che poi conta, è sostanzialmente lo stesso.

    Andrebbe poi detto che anche altre professioni non hanno un legame diretto tra ore di lavoro effettivamente registrate e retribuzione. Nel campo della conoscenza vi sono ovviamente i docenti universitari, che hanno un tot numero di ore dedicate all’insegnamento, ma la cui retribuzione non è legata a quello, ma ad altri elementi (fuori Italia soprattutto la qualità della ricerca prodotta). Lo stesso si potrebbe dire di altre tipologie di lavoro.

    Ci sarebbe necessità di ragionare seriamente su diritti e doveri dei docenti, in funzione soprattutto del tipo di società che vogliamo, ma questo richiederebbe un dibattito serio che non mi pare ci sia molto interesse a fare. E che non si farà finché staremo a fare discussioni risibili sul rapporto tra stipendio e ore lavorate (by the way, comunque, uno stipendio mensile di 2.200 euro lordi per 72 ore mensili di insegnamento (18×4), non considerando il resto, fanno circa 31 euro lordi all’ora. Ognuno giudichi come crede queste cifre rispetto anche ad altre attività).

    • Mario Piccirillo 9 febbraio 2018, 22:38

      I dati forniti, quasi tutti, sono forniti da OCSE ed Economist. I dati sul sommerso che genera il mercato delle lezioni private (che normalmente si fanno al pomeriggio, quando i docenti non sono a scuola…) sono forniti dalla Fondazione Luigi Einaudi.
      Per quanto riguarda i numeri corretti relativi alle ferie, se i giorni di ferie complessivi sono 32 , come da contratto, e le attività di preparazione lezioni, formazione e aggiornamento non sono compresi nel monte ore, mi sa dire esattamente cosa fanno gli insegnanti quando i ragazzi non vanno a scuola? Per esempio se un insegnante esaurisce i 32 giorni di ferie ad agosto, quando per un giorno di festa che cade il mercoledì la scuola chiude anche il lunedì e il martedì, quei due giorni cosa sono? Lavoro o ponte? E le due settimane a Natale?

      Ma in ogni caso: un lavoro, seppur difficile e delicato, da 20-22 ore settimanali (più 80 l’anno per annessi) con pause così lunghe lontano dal luogo di lavoro quanto dovrebbe essere pagato?

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