Striano (ex Teste Matte): «Gomorra ora è show e business, la camorra è una vita di m…»

Intervista all’attore e autore del libro Teste Matte, con un passato criminale e di carcere. «Gomorra è nata come denuncia, il libro e il film, ora è altro. In carcere i casalesi dicevano che hanno avuto solo pubblicità da Saviano»

Striano (ex Teste Matte): «Gomorra ora è show e business, la camorra è una vita di m…»
Salvatore Striano

Lo abbiamo incontrato alla prima di “Napoli Velata”, non abbiamo resistito ad avvicinarlo per stringergli la mano e parlare del suo libro, “Teste Matte”.

E così, mentre aspettavamo che si spegnessero le luci e calasse il velo sulla Napoli di Ozpetek, ci siamo immersi nei vicoli dei quartieri spagnoli, siamo saliti sulle moto di Sasà e Cheguevara, sentito le risate fragorose nei festini di coca e i femminelli che ci richiamavano nel loro basso. Salvatore Striano oggi è un attore e uno scrittore, ma la sua storia parla di altro, di quegli stessi vicoli delle Teste Matte. «La vita da criminale è una vita di merda, – precisa subito – io cancellerei tutto di quella vita», anni di latitanza e poi otto anni di carcere, prima a Madrid e poi a Rebibbia. «Mi sono salvato grazie al teatro e alla recitazione, mi ha aiutato a ricostruirmi una vita».

Una chiacchierata intensa, con le immagini del libro che si accavallano. Poi una domanda viene spontanea.

Teste Matte e Gomorra

Il suo libro parla di criminalità, come la serie tv di Gomorra, dovrebbe essere la stessa realtà, eppure sono molto diverse.

«Teste Matte non esalta la camorra, la mostra per quello che è e che ti ho detto, una vita di merda, mentre Gomorra ne mostra il lato eccitante, quasi si fosse sotto i riflettori di uno show. Io parlo di vita reale, vissuta minuto per minuto. Non invento racconti sulla criminalità, ma ricordo cose dolorose e difficili che ho vissuto in prima persona. I miei non sono personaggi/supereroi, ma personaggi/normali, che ridono, piangono e si divertono anche, ma che soprattutto hanno paura di morire, ogni giorno, quando scendono per strada.

Penso che abbiano fallito tutti: da Saviano che ne ha la paternità, a tutti quelli che sono entrati nel progetto della serie, perché bisogna ricordare che non parliamo di cose inventate ma di fenomeni che a Napoli esistono realmente. Anche se molto diversi da come li raccontano e proprio per questo bisogna prestare attenzione a come li si affronta. La camorra a Napoli esiste, ma davvero  vogliamo esaltarla facendone un manifesto?»

Un tema attuale con la terza serie appena terminata e tutte le polemiche seguite all’accoltellamento di Arturo che vogliono Gomorra causa dei mali di Napoli. Si potrebbe marinare Ozpetek e restare a parlare per ore.

Quindi Gomorra non le è piaciuto?

 «Non mi fraintenda, Gomorra è scenicamente perfetto, è una produzione maestosa. Gli attori sono grandiosi e ci sono  interpretazioni bellissime. Io non parlo del prodotto, ma del messaggio che trasmette, di come racconta le cose. Oggi è diventato difficile poter parlare di Gomorra. Dal mio ruolo di attore faccio fatica a esprimermi perché sembra che sia invidioso dal momento che non ci ho lavorato. Ma io queste cose le ho vissute, non ho recitato un ruolo con una pistola finta in mano. Mi ci sono rovinato la vita per strada e con la camorra, e se parlo non lo faccio per invidia ma semplicemente perché vorrei che le cose fossero raccontate per come realmente sono.

Quella non è la rappresentazione della città, è un falso storico. Non mi ricordo di un figlio che fa ammazzare il padre o di una bambina sparata in pieno volto in un’auto. Il problema vero è che all’inizio se la sono venduta come un fatto di cronaca e poi hanno cavalcato l’onda del successo. Con la terza serie ti accorgi che si sono trovati in mezzo ad un oceano senza sapere come muoversi. Sapesse come mi fa arrabbiare che non si possa dire che non mi è piaciuto, viva la critica invece. Esco da un progetto con Francesco Saponaro che all’inizio mi ha demolito e poi mi ha rimodellato. Ma non mi sono sognato di dire “chi cavolo sei e come ti permetti”»

In realtà lei non è proprio fuori dal progetto Gomorra. Nel film di Garrone c’era.

«Sì, per me è stata una grande possibilità partecipare al film, ma le due cose sono profondamente diverse. Ripeto, con il libro di Saviano, e il film che ne è stato tratto, c’è stata la denuncia fatti di cronaca realmente avvenuti; nella serie non c’è attinenza con la realtà. Credo invece che chi tiene alla causa della città, parlo di Roberto, potrebbe fare un mea culpa, dicendo che il progetto iniziale aveva un valore e gli è costato caro, ma con la serie ci si è spinti troppo in là. Perché non far capire che con le tecnologie moderne il crimine non ha più tanti punti e non è una strada così aperta? Il numero dei gruppi di camorra è diminuito, non siamo ai tempi descritti da Rosi, non esistono più le grandi famiglie camorristiche di una volta. Se chiediamo a Saviano i nomi di cinque famiglie che hanno le mani sulla città, non li trova neanche lui».

La realtà della vita criminale

I ragazzi di Teste Matte sono sicuramente più umani dei protagonisti di Gomorra. Sasà piange, trema, si abbuffa di cocaina per aver coraggio.

«I ragazzi del mio libro sono reali. Ma non perché io li abbia inventati meglio, perché sono esistiti. Tutto quello che racconto, è stato vissuto. Quando ho scritto il libro con Guido Lombardi, figlio di magistrato, ogni volta che raccontavo un episodio lui mi guardava dicendo: “Sasà non è che ti sei immedesimato troppo nel racconto e stai inventando?”. Cosi prendeva il telefono e chiamava il padre, poi posava e cominciava a ridere: “È tutto vero, possiamo andare avanti”. Ho incontrato tanti avvocati che mi ripetevano che in Testa Matte sembrava loro di rileggere le carte dei loro processi passati. E quanti ragazzi mi hanno chiamato per dirmi: “mio padre mi ha raccontato le stesse storie del tuo libro, mio padre era davvero una testa di merda”».

Quindi dal suo punto di vista Gomorra non è affatto un racconto veritiero sulla vita criminale a Napoli?

«Decisamente no. Lei pensa che noi scendessimo in strada come se fossimo i padroni? Avevamo sempre paura quando bisognava salire sulle moto per una missione e scendevamo per rispetto al capo. La paura in Gomorra non esiste. Noi abbiamo pianto tanto. Ma anche riso. I ragazzi non stanno 24 ore su 24 ad ammazzare. Sasà girava con la pistola in tasca, ma quando tornava a casa la mamma spesso lo picchiava. Ed è questa la realtà, ho conosciuto tantissimi che dopo aver commesso un omicidio tornavano a casa e prendevano le botte dalle mogli. E poi, ripeto fino alla noia, la vita criminale è una vita di merda. Non esiste un criminale che sia arrivato a piantare la bandiera e dire “io ce l’ho fatta”. Infatti Sasà e gli altri sembrano quasi chiedere aiuto, perché si chiedono quale sarà il giorno in cui tutto questo sparare, aver paura e doversi nascondere finirà.

Per chi quest’ambiente lo ha vissuto, è fin troppo chiaro che Gomorra sia una fiction. Otto su dieci si trovano affiliati alla malavita come conseguenza di un episodio, non perché si sono presentati come ad un colloquio di lavoro dicendo “voglio fare il camorrista”. Esistono diversi tipi di criminalità, in tutti i quartieri di Napoli esistono ragazzi che si danno alla malavita in contrapposizione agli attacchi e alle prepotenze. Sasà e Totò di “Teste Matte” sono scippatori, diventano camorristi perché devono difendersi.

Salvatore striano in “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani

Gomorra è un capolavoro, ma perché non raccontare la verità? Solo perché non funziona a livello filmico? Vuoi raccontare il fenomeno camorristico a Napoli, va bene, ma nella terza serie fammi vedere la distruzione di questa vita. Emerge solo una violenza gratuita e surreale. Non è vero che i delinquenti si uccidono solo tra di loro. Molti di loro oggi sono in carcere. Fammi vedere quale forza si contrappone a questa vita e parlo dei magistrati, dei testimoni, della polizia. Persone che rischiano la propria vita tutti i giorni.

«Per i Casalesi, Gomorra è stata pubblicità»

Faccio fatica a capire di che tipo di lotta stiamo parlando. Gomorra l’hanno venduta come un atto di denuncia. Eravamo desiderosi di vedere il male, invece abbiamo visto cose belle a livello di costruzione cinematografica ma che non hanno nulla che vedere con la verità. La verità è che Gomorra è la più grande pubblicità che si potesse fare al mondo criminale. Quando ho girato “Cesare deve morire” con i fratelli Taviani a Rebibbia, c’erano in carcere i casalesi e mi dicevano “non ci toccate Saviano perché è la più grade pubblicità che abbiamo mai avuto. Grazie a lui spaventiamo tutto il mondo solo perché diciamo siamo casalesi”. La reale lotta al crimine non passa per la televisione, ma per anni e anni di indagini e inchieste processuali».

Gomorra causa di tutti i mali di Napoli

Quindi anche Striano è del partito per cui Gomorra è la causa dei tanti fenomeni criminali che si stanno verificando in questi mesi a Napoli?

«Se parliamo dei ragazzi di camorra, loro non hanno bisogno di Gomorra e di quattro attori con le pistole finte in mano, perché lo sanno fare molto meglio. Ma se parliamo di ragazzi normali, di tutti quei 15enni che senti per strada dire “bevi che devo vedere se posso fidarmi di te”, sì. Su di noi che abbiamo 40 anni, non fa presa, ma ai ragazzi tra 15 ai 20 anni non fa capire nulla, perché fa diventare la camorra uno show. Per loro è un gioco di emulazione, non vedono l’altra faccia della medaglia. La disperazione e la paura che c’è in quella vita, ma solo slogan, frasi fatte e arrembaggi come se fossero pirati. Quando si vedono quelle scene di gruppi di ragazzi che scendono in paranza per la città e si vestono di quegli atteggiamenti, perché non fare vedere quello che succede prima e dopo? La paura che hanno quando devono scendere per andare a sparare e i rimorsi che ci sono spesso dopo, le abbuffate di droga per superarla, ma anche le tirate d’orecchio delle mamme preoccupate per quei figli che scendono per strada.

Ma ci rendiamo conto che Saviano ha detto che il turismo a Napoli è cresciuto anche per merito di Gomorra? Significa dire: sputtaniamo Napoli, così arrivano i turisti. Se è così, propongo di dare una medaglia a queste persone che vengono a Napoli per vedere le scimmiette della camorra che si combattono tra loro. Non credo che i procuratori siano sobillatori della criminalità quando parlano di responsabilità e di emulazione di Gomorra. Poi certo anche qui bisogna fare attenzione a non scaricare tutto sulla serie tv come se fosse la causa di tutti mali. Anche dal punto di vista cinematografico Gomorra ha creato problemi a Napoli, tutti i registi italiani che sono venuti a girare qui ultimamente, come per “Falchi” e “Veleno”, sono sempre stati messi a confronto con Gomorra come se non avessero fatto altro che scimmiottarla.

Adesso con Ozpetek sembra che sia arrivato un regista nuovo da fuori e abbia fatto un film finalmente diverso e raccontato un’altra Napoli, ma Napoli è tutte queste realtà. Alcuni attori sono stati ingabbiati talmente nei personaggi che, mentre prima lavoravano a teatro, oggi non li chiamano più perché vengono identificati con i soprannomi della serie. Eppure ha fatto anche la fortuna di tanti ragazzi bravi che hanno avuto la possibilità di farsi conoscere come attori, vedi ad esempio Salvio Esposito. Gomorra non è la camorra e chi non ha mai rubato una caramella eviti di parlarne perché non ne ha le competenze! Per i ragazzi la più fatiscente delle scuole è più sicura della strada perché su un banco di scuola ci si ritrova invece per strada ci si perde».

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