Il club Sky, un teatrino di dubbio gusto

Si sollazzano con battutine e allusioni con personaggi da loro considerati “minori”, poi il clima diventa cameratesco quando arriva il potente di turno

Il club Sky, un teatrino di dubbio gusto
Il club di Sky di qualche puntata fa, con Vialli (che non si vede più) e Leonardo

Il salotto post partita

Torno su un argomento “paracalcistico” che, tuttavia, è specchio e conseguenza di un certo calcio, in generale, poco motivante. Sky Club, inteso come salotto post partita, è un teatrino di dubbio gusto, oggettivamente esposto al rischio della noia, specificamente fazioso.

Lo conduce un cronista dai capelli improbabili (quando si tuffa, può fare fuori 3 o 4 gabbiani in un attimo, incatramandogli le ali) che, però, ha altre doti, parentele incluse: la qual cosa, in effetti, va abbastanza di moda in tv.

La scelta dei sodali

I suoi sodali sono scelti in modo da rappresentare, nelle intenzioni, un’esauriente schiera di tipi umani, di quelli che non trovereste nei migliori bar di Milano né nei peggiori di Caracas, dove – per altro – li accrasterebbero in una frazione di secondo. Ci sono, dunque, il saggio, o’ bbravo guaglione, il piccolo Lord. Mancano il lungo, il corto e il pacioccone, dopo di che ci sono tutti.
L’approccio, che vorrebbe essere da “eravamo quattro amici al bar”, è discutibile, insomma. Anche perché i quattro amici al bar inevitabilmente rappresentano, di fatto, altrettante casate calcistiche di alto lignaggio e molto ben riconoscibili. Se c’è un bar al quale assomigli lo studio post partita, forse è quello di Castel Capuano, affollato di penalisti in pausa pranzo, ognuno col suo bravo mariuolo (in corpo) da difendere.

Le battute con i personaggi da loro ritenuti “minori”

Ad accrescere il disagio, inoltre, c’è il fatto che le origini nobili o le parentele finiscono col rendere i quattro amici al bar, più o meno sempre, un tantinello arrogantucci. Roba che Corona, al confronto, diventa un giovanotto di acclarata modestia. E, allora, niente di più facile che i nostri si sollazzino con battutine e allusioni laddove s’imbattano in personaggi ritenuti da loro – per questioni di classifica, rango o persino di look – “minori”. Oppure che bellicapelli ironizzi con il presidente di una squadra, senza dire nulla di sensato, fino a concludere: “ci siamo capiti, no?”; e quello, ovviamente, gli risponde “no”, interpretando i pensieri di chiunque viva fuori dal bar dei quattro amici pontificanti.

E poi arriva il potente di turno

Ma il meglio si consuma quando ad allietare il chiacchiericcio dei simpatici opinionisti di terza serata arriva, finalmente, il potente di turno. Meglio se allenatore, magari toscano ma in giacca e cravatta. Allora si comincia a ridere, nel bar, con un fare cameratesco che neppure nel peggiore/migliore filone boccaccesco all’italiana degli anni Settanta si è visto mai. A quel punto, le porte del bar si chiudono definitivamente e, mentre i cinque amici (quattro più uno) attaccano “Osteria numero mille…”, agli italiani paganti, quelli che preferiscono i bar un po’ più dimessi senza il piccolo Lord, non resta che spiare dalle vetrine. E aspettare che passi.
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