Il Napoli in polacco sui social, ma non dimentichi il modello brasiliano del Psg

La società avvia la comunicazione social in polacco schierando gli assi Milik e Zielinski. E c’è un bacino ancora trascurato: i napoletani nelle Americhe.

Il Napoli in polacco sui social, ma non dimentichi il modello brasiliano del Psg

Antefatto

Il Napoli ha comunicato sulla propria fanpage Facebook una singolare novità relativa ai futuri contenuti che d’ora in avanti vedremo pubblicati sul social network. Alle didascalie in lingua inglese si affiancheranno adesso post anche in polacco.

Quella di aprirsi alla platea degli appassionati polacchi è di sicuro una scelta originale nel panorama italiano, che la società attua sulla scia della presenza in rosa di due degli assi della Nazionale biancorossa: Milik e Zielinski.
Il ritorno in termini commerciali e “passionali” verso i colori azzurri sarà tutto da valutare, limitato come sarà ad una sola regione dell’Europa centro-orientale. E in questo senso sarà curioso osservare quali sviluppi produrrà – se sviluppi ci saranno. Dalle reazioni sul social si nota come la notizia sia stata accolta con entusiasmo in special modo dai tanti polacchi residenti in Campania, e nel capoluogo in particolare. Secondo i dati Istat aggiornati all’anno corrente, sono 97mila i polacchi residenti in Italia e di questi circa il 10% vive nella nostra regione (ben sopra il migliaio di persone nella sola Napoli).

L’inglese talvolta approssimativo

Certo, nel recente passato la comunicazione social in lingua straniera ha fatto parlare di sé soprattutto per un utilizzo dell’inglese per così dire indolente, talvolta approssimativo. Non seducente per mercati lontani, ecco. Da ricordare, oltretutto, come solo un anno fa gli azzurri sui propri canali ufficiali non comunicassero ancora e costantemente in lingua d’Albione.
L’account Twitter dedicato, ad esempio, è stato lanciato solo lo scorso inverno, un ritardo non da poco per una società da anni ai vertici in uno dei più importanti e seguiti campionati al mondo.

Il Napoli che posta in polacco – per quanto ad una prima, comunque superficiale, visione possa apparire una strategia dai ristretti margini operativi – ci schiude le porte a ragionamenti correlati e a nuove idee.

Il Psg e il Brasile

Pensieri che prendono corpo guardando al Paris SG, società con la quale il Napoli ha chiuso le prime vere maxi plusvalenze milionarie. Con l’avvento della proprietà qatarina, il club ha puntato con regolarità, stagione dopo stagione, al mercato brasiliano.
Il Paris, ancor prima di mettere nel mirino l’Estremo Oriente tanto di moda negli ultimi anni, dove il pallone è ancora lontano dall’imporsi e non attecchisce appieno, ha mirato al Brasile. Dove il calcio è religione –  una formula spesso abusata.

Oggi il Psg ha in Brasile più followers di quanti non ne abbia in patria, come ha puntualmente evidenziato il sito specializzato Ecofoot. Ha alimentato questo piano di sviluppo negli anni investendo fior di milioni, partendo dai Marquinhos e Lucas Moura fino ad arrivare al crac Neymar. Dando seguito all’interesse che i parigini già suscitarono quando al Parco si esibiva un giovane Ronaldinho. Il tutto completato dalle immancabili tournée estive in Nord America, un mercato che per l’Equipe frutta alla società il 4% dei proventi in merchandising. Secondo solo a quello francese.

Puntare ai napoletani nel mondo

Il Napoli prova a replicare in scala ridotta questo modello per imprimere nuovo slancio nella social media communication. Eppure la società ha ancora un tesoretto rappresentato da milioni di appassionati e tifosi sparsi per il globo. Stimati fra i 35 e i 120 milioni (dato in crescita) dagli ultimi studi di settore rilanciati da De Laurentiis e dai media specializzati. Una fetta grossa di questi sostenitori vive fra Stati Uniti e Brasile. Proprio in Brasile, lì dove uno studio demoscopico indica nelle megalopoli di Sao Paulo e Rio de Janeiro (insieme all’australiana Sidney) una presenza di napoletani maggiore che nella stessa Napoli.

Cosa fate a Carnevale?

Brasile più che la tanto evocata Argentina, e Sao Paulo e Rio de Janeiro più di Baires. Uno scrigno ancora tutto da esplorare, attraverso cui la società potrebbe trovare uno sbocco con dedicate politiche di sviluppo del brand. E perché no, accompagnandosi al racconto di una città bella e dannata che non lascia indifferenti come quella partenopea. Tentare di accendere il tifo e l’interesse a migliaia di chilometri di distanza, come già il Napolista scoprì possibile in un ormai datato diario di viaggio che anticipò l’inizio dei Mondiali del 2014. Nelle stanze della comunicazione non ci si dovrà chiedere cosa fare a Capodanno, ma cosa abbiamo in mente per il Carnevale.

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  1. Io alla storia dei tifosi napoletani del mondo non ci ho mai creduto. Mi sono trasferito per la prima volta negli States nel 94. Ci ho vissuto anni per poi tornare in Europa. Adesso sono di nuovo in USA da 5 anni. Figli, nipoti e pronipoti di emigranti ne ho incontrati tantissimi. Tifosi del Napoli nessuno. Saro’ stato sfortunato, ma la mia esperienza e’ che qui, in genere, se ne fregano dell’Italia e del campionato di calcio. Quelli che seguono il calcio (di qualunque origine) seguono la premier league, qualche volta si vedono maglie della Juve o del Milan. Solo una volta, a fine anni novanta, a New York, ho visto un ragazzo in bicicletta con la maglia di Maradona. E poi c’ero io con quella di Beto…
    Sul Sudamerica non ho esperienza, ho l’impressione che ci siano state alcune ondate migratorie piu’ recenti rispetto a quelle degli USA e forse qualche tifoso in piu’ lo abbiamo anche perche’ il calcio e’ molto piu’ amato.

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