Napoli-Milan e la favola di Vincenzo Zazzaro, da Quarto a San Siro

L’unico calciatore di Quarto mai arrivato ai livelli più alti: promessa del Milan, poi tanti prestiti in Serie B. Chiuso da Rivera, ha affrontato l’ultimo Napoli di Zoff.

Napoli-Milan e la favola di Vincenzo Zazzaro, da Quarto a San Siro

Quarto

Non può che avere i contorni di una favola la storia del signor Vincenzo Zazzaro da Quarto (Napoli). Corre l’anno di grazia 1966. Un ragazzino poco più che adolescente gioca in strada con gli amici dopo cinque ore di scuola in un posto che i quartesi denominano la ‘Vasca’. Le porte sono fatte con le classiche pietre o, in alternativa, con i maglioni lasciati lì a mo’ di palo, il pallone è una forma di cuoio forma vagamente sferica. Enzo è il più bravo della compagnia, ha indubbie qualità e con la palla sa fare tutto, difende e attacca, segna e dribbla come un vero giocatore.

Quando è il momento di scegliere le squadre tutti vogliono Enzo, tutti sperano di assicurarsi il piccolo fenomeno al primo giro della conta. In quel periodo, però, il Quarto, che fa la Prima Categoria, lo nota subito e lo getta nella mischia vincendo quasi tutte le partite. Si capisce che quella non è la sua dimensione. L’anno dopo lo acquista la Puteolana, che fa la serie D, e qui rimane due anni giocando insieme a Galbiati, futuro secondo di Capello.

Il Quarto 1966/67

Milan

Il sogno continua, il ragazzo ha solo 18 anni e sa che il Milan, la sua squadra del cuore, lo segue. I rossoneri così decidono di prenderlo per aggregarlo alla Primavera con la quale disputa due finali del torneo di Viareggio. Nel 1971 arriva poi il gran debutto nel calcio che conta, prima in Coppa Italia nella finale contro il Torino e poi il battesimo in campionato il 7 novembre 1971 a Genova contro la Samp. Se non è una favola questa, quella di un ragazzo partito dai polverosi e gibbosi campi di provincia e arrivato a San Siro, la “Scala del calcio italiano”, manca poco. Nell’aria continuiamo a sentire echi dei fratelli Grimm e di Andersen, il ranocchio che diventa principe, il brutto anatroccolo che diventa bello.

Vincenzo Zazzaro, classe 1951, che nelle foto appare con il viso eternamente imbronciato sotto un ciuffo di capelli che va per i fatti suoi, è stato l’unico giocatore di Quarto che abbia raggiunto i massimi vertici della serie A fino ad oggi. Enzo giocò in un periodo, però, dove il talento ed i fondamentali erano qualità indispensabili per spiccare il grande salto. Un predestinato, si dice così oggi e forse si diceva così anche allora. Nella stagione 69-70 fu acquistato dal Milan dove rimase per tre anni collezionando 11 presenze in A, 5 in Coppa Uefa e 2 nella Nazionale Under 23.

Il giro d’Italia (in prestito)

Il suo palmares vanta anche 84 presenze in B con un gol e 155 in C con due gol, 39 in serie D e 20 nell’Interregionale. Al Milan, dove Cesare Maldini (allora secondo di Nereo Rocco) lo battezzò “Zazzà”, arrivò quando Rivera era il mattatore assoluto e per il quartese, designato suo erede e riserva naturale, non ci fu spazio a sufficienza per emergere definitivamente.

Ma le qualità di Zazzaro erano evidenti e per questo il Milan lo parcheggiò in B con la speranza che potesse crescere in attesa di impiegarlo definitivamente con la prima squadra. Andò prima al Lecco, nella Reggina e poi nell’Arezzo, tre squadre che curiosamente retrocessero sempre in C. Si capisce, così, come la sua carriera fu minata da queste retrocessioni che lo allontanarono sempre più dal Milan. Continuò ancora nell’Arezzo in C, poi passò alla Salernitana, con una militanza di 4 anni e uno alla Turris terminando la carriera, anche per una serie di infortuni, poco più che trentenne con la maglia del’Internapoli nell’Interregionale. Forse, una volta smesso col calcio giocato, il suo maggior rammarico fu quello di sentirsi sempre chiuso da fior di campioni, l’abatino Rivera in primis, seguito a ruota da Benetti e Biasiolo.

Il Napoli

Proviamo adesso a riavvolgere il nastro di questo film, ad immaginare cosa abbia sentito dentro uno “scugnizzo” come Zazzaro quando si prospettò la possibilità di giocare al San Paolo, contro il Napoli, in uno stadio che si trova a poco più di 10 km da casa sua. Ecco, proviamo a fantasticare e a vagheggiare ma non sappiamo cosa può aver avvertito dentro di sé Enzo quando si accomodò in panchina nel primo tempo e vide 70000 napoletani sugli spalti, quando il Milan comunicò all’arbitro che sarebbe uscito Rivera e sarebbe entrato lui, cosa avrebbe provato la gente di Quarto a sentire Ameri alla radio: “Gentili radioascoltatori, nel Milan il giovane Zazzaro subentra a Rivera ad inizio ripresa…”.

Ma che Napoli era quello che affrontò Zazzaro il 9 gennaio del 1972? Il terzo posto degli azzurri dietro le milanesi nel campionato 1970-71 non fu ripetuto nella stagione successiva anche perché la difesa subì più reti in trasferta, 31 contro i 19 dell’anno prima. Resta, tuttavia, identico un record tuttora imbattuto, quello delle reti subite in casa, solo 5 in tutto il campionato. Eppure la linea Maginot degli azzurri non aveva mostri ma giocatori normali che fecero della compattezza la loro arma migliore. Ripari e Pogliana erano i terzini, Panzanato lo stopper e Zurlini il libero, con rincalzi quali Perego e Vianello.

Comandava, però, un certo Zoff tra i pali. E quando si ha il portiere buono puoi arrivare davvero a traguardi impensati. Curiosamente, però, quell’anno anche Trevisan giocò molto, ben 7 partite (quasi un quarto di campionato se consideriamo che le gare erano solo 30). L’addio di Zoff era nell’aria e l’anno prima la Juve lo aveva già chiesto a Ferlaino ma l’affare fu congelato perché i bianconeri non vollero dare Anastasi al Napoli.

Napoli-Milan

Tra la lunga sequela di pareggi di quella stagione c’è anche quello col Milan al San Paolo, una sfida che si ripeterà poi al ritorno (batosta per 3 a 0) e ancora nella finale di Coppa Italia del 5 luglio 1972, persa dal Napoli per 2 a 0 all’Olimpico di Roma. La divisione dei punti, a quei tempi, non era tanto invisa alle squadre se consideriamo che con una perfetta media inglese (vittoria in casa e pari in trasferta) si poteva tranquillamente vincere il campionato a 45 punti nelle 30 gare totali. Ed allora, è questa la sensazione che si ha rileggendo la cronaca di quella partita tra azzurri e rossoneri, possiamo ben dire che il Milan a Napoli giocò per il pari. Peccato che i calcoli di Rocco furono vanificati alla fine del torneo da una Juventus che vinse lo scudetto per un punto in più, 43 contro 42.

La vigilia di quella gara fu piuttosto movimentata con Benetti che, nell’albergo di Agnano che ospitava il Milan alla vigilia, perse le staffe e schiaffeggiò due tifose napoletane dell’Inter che lo avevano ingiuriato con cori poco edificanti. In campo, il giorno dopo, lo sportivissimo pubblico di Napoli non fischiò Benetti, il quale fece la sua onesta partita senza commettere i suoi soliti falli. Del resto era una faccenda tra…milanesi, cosa importava ai napoletani di queste beghe?

Le formazioni

Da un alto il Napoli schierò la difesa base ma, per il forfait di Manservisi, fermo per un dolore inguinale, Chiappella si inventò Vianello con il numero 11 come finta ala. Sul terreno di gioco c’erano ben tre napoletani, tutti a centrocampo: Montefusco, Improta e Juliano. Dall’altra il Milan, davanti al “Ragno Nero” Cudicini, mise Anquilletti, Sabadini, Rosato e Schnellinger, a centrocampo Biasiolo, Benetti, Rivera e Sogliano, con Bigon e Prati di punta. Arbitrò Pieroni. Fu una gara dove il Milan dimostrò di voler portare a casa un punto e così fu. Le occasioni migliori per sbloccare il risultato furono proprio di Vianello per il Napoli ma Cudicini si confermò uno dei più forti portieri italiani almeno in due occasioni. Rocco tentò invano di scuotere la squadra facendo uscire un pessimo Rivera per Zazzaro ma il ritmo della gara non mutò di molto.

Zazzaro riscuoteva, comunque, la fiducia di Rocco che lo lanciò anche in Europa alternandolo con Magherini. “Ciccillo”, questo il soprannome che gli avevano affibbiato i compagni, toccò il suo apice a Berlino disputando la più bella gara in rossonero contro l’Herta nella Coppa Uefa. 1971-72. Giocò poi altre gare approfittando della lunga squalifica di Rivera che dopo un Cagliari-Milan si buscò 6 giornate dalla disciplinare per aver fatto polemiche dichiarazioni contro Michelotti di Parma.

Tra amaranto e granata

Dopo quel campionato, condito anche da due speranzose presenze nella Under 23 di Bearzot, la mezzala di Quarto fu spedita in giro per l’Italia dove l’unica costante fu il colore amaranto/granata. Vestì, infatti, le maglie di Reggina, Arezzo e Salernitana. Tornato in patria, mise su famiglia, diventò padre di quattro figli e iniziò con una scuola calcio che portava il suo nome. Un’attività che ha gestito fino al 2013 prima di appendere per la seconda e definitiva volta le scarpette al chiodo.

Uno Zazzaro, Enrico, ha anche giocato col Napoli. Fu riserva di Castellini e Garella, un eterno secondo portiere. Enrico è suo nipote, figlio del fratello maggiore Giovanni, anche egli calciatore. Oggi, però, quando passò dalle sue parti, mi chiedo sempre: “Dove sarà finita quella figurina Panini di Zazzaro?”.

ilnapolista © riproduzione riservata