La ricetta De Laurentiis per il calcio in tv: «Dieci euro a partita, 380 euro all’anno a famiglia»

L’intervista al Corriere dello Sport è un programma politico: «Serve un manager per gestire la vicenda diritti tv, lo ripeto da anni ma resto inascoltato»

La ricetta De Laurentiis per il calcio in tv: «Dieci euro a partita, 380 euro all’anno a famiglia»
De Laurentiis
L’intervista concessa oggi da Aurelio De Laurentiis al Corriere dello Sport – a firma Antonio Giordano – è un programma politico. Non a caso il titolo in prima pagina è stato “Aurelio premier”. Cosa farebbe Aurelio De Laurentiis del calcio italiano. In parte ne abbiamo scritto qui. De Laurentiis ha le idee chiarissime. Già in Commissione Antimafia parlò della necessità di convocare il G6 del calcio in Italia. Purtroppo, De Laurentiis non si è ancora dotato di una struttura comunicativa in grado di far penetrare le sue esternazioni a livello nazionale. Qualcosa, però, sembra essere cambiato. In questi giorni, De Laurentiis è più attivo sul fronte comunicazione. Ha forse compreso che in questo ambito, bisogna occupare gli spazi. Come, ad esempio, fa la Juventus quotidianamente.
Ecco i passaggi relativi ai diritti tv del calcio.

Diritti tv all’estero

   «Sono anni che predico di trovare un grande manager a cui delegare il compito di licenziare i diritti del campionato italiano in tutto il mondo, paese per paese, riferendosi direttamente ai singoli broadcasters, e senza intermediari. È un parere inascoltato a quanto pare, ma intanto restiamo indietro e si perdono non solo energie ma capacità finanziare che un mercato, affrontato in maniera appropriata, concederebbe».

Diritti tv in Italia 

   «Ho letto alcune considerazioni di Cairo, che è intelligente e sa guardare lontano, e condivido con lui un tema a me caro da un’eternità: produrre il calcio da soli tramite la nostra Lega, sviluppandolo in maniera innovativa. Andrebbero trovate banche disponibili ad anticipazioni da distribuire ai club di serie A, in maniera tale da salvaguardare l’aspetto finanziario all’inizio di ciascun campionato. Banche garantite, ovviamente, dalla successiva vendita al pubblico. E invece, dal punto di vista economico,  fare in modo che la Lega licenzi le partite a tutti i broadcasters possibili, per farle trasmettere in pay. E quindi, le darei a Sky, a Mediaset Premium, a Tim vision, a Vodafone, ad Amazon e a chiunque altro capace di trasmette via pay sul territorio italiano. Verrebbe fuori una distribuzione omogenea, che raggiungerebbe dalle sette alle dieci milioni di abitazioni-abbonate».

La ricetta: dieci euro a partita

«Dieci euro a partita, fanno un abbonamento da trecentottanta euro a stagione a famiglia: si creerebbe un range d’incasso che va dai due miliardi e seicento milioni ai tre miliardi ed ottocento. È una forma di benessere per il sistema. Si creerebbero posti di lavoro, iniziative varie. Si potrebbe creare intorno agli eventi – dal sabato, alla domenica, al lunedì sera – un programma televisivo con contenuti esclusivi, sempre gestito dalla Lega. Manterrei la raccolta pubblicitaria delle partite e dei programmi redazionali a favore della Legacalcio. Riconoscerei a tutti i broadcasters una quota sugli incassi per la vendita degli abbonamenti, lasciando la differenza a favore della Lega e quindi dei singoli club».

Il modello inglese

   «La Premier League è il campionato pilota, lo vediamo dalle immagini e lo leggiamo dai conti. Ma noi non siamo da meno: abbiamo tifosi che ci riempiono della loro passione, che potrebbero esser serviti meglio, con maggior rispetto. Non mi dilungo sulla vicenda degli stadi, sulla loro inadeguatezza, su strutture che sono fatiscenti e comunque non invogliano a muoversi dal divano. E allora chi sta a casa ha il sacrosanto diritto di poter apprezzare uno spettacolo vero e coinvolgente, ripreso con tecniche sempre più innovative. In questo modo ci avvicineremo alla Premier e distanzieremo in maniera ragguardevole tanto la Liga quanto la Bundesliga. Far crescere gli introiti significa anche, in prospettiva, agevolare gli investimenti».
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