«La popolarità ha reso i giocatori ancor più arroganti nei confronti degli arbitri»

«La popolarità ha reso i giocatori ancor più arroganti nei confronti degli arbitri»

Sull’onda delle discussioni nate dagli episodi di Higuain e Bonucci, e ultimo di Albiol, abbiamo chiesto un’opinione ad Alberto Cei. Alberto, mental coach con diversi atleti olimpici, squadre sportive o allenatori, insegna Coaching all’Università di Tor Vergata: purtroppo accade sempre più spesso, che i giocatori adottino un modo sfrontato, eccessivamente polemico e quasi violento di rivolgersi all’arbitro che ha perso la sua autorità di tutore della legge in campo?

«Secondo me è qualcosa che è sempre esistito, ma che è andato peggiorando negli ultimi 15 anni. Un atteggiamento evidente dei giocatori oramai convinti di poter condizionare l’arbitro. Questa forma di arroganza dei giocatori di serie A nasce dalla popolarità e dai soldi che guadagnano, per cui si crede di poter essere al di fuori delle regole. Una modalità tipica di tante altre situazioni. Come diceva Paolo Casarin: “l’arbitro deve ricordarsi che è invitato ad arbitrare” e quindi deve far rispettare le regole e non fare favoritismi.

Fa parte delle competenze che dovrebbe avere un arbitro, che oggi è un professionista, perché comunque viene pagato e molto più di tante altre persone di tante altre persone. Il giudice sportivo dovrebbe saper trovare il punto di equilibrio nel far valere le regole e far comprendere gli errori, senza essere compiacente. È chiaro che non è facile neanche per loro, che nella realtà l’arbitro è in minoranza, perchè è da solo contro 11 giocatori per squadra e che, per antonomasia, il pubblico è contro l’arbitro. Questo però non deve giustificare certi comportamenti da parte dei giocatori e questo dipende anche da chi li sostiene e gli permette di darsi alibi invece di ammettere di aver sbagliato, nella gestione di un gruppo gli alibi sono la prima cosa da distruggere.
C’è un meraviglioso video di Velasco in cui parla appunto degli alibi e del fatto che ciascun giocatore deve fare il suo ruolo in campo indipendentemente da come l’arbitro decide. Altrimenti è come il genitore che asseconda il figlio a non studiare se il professore è troppo cattivo». 

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