I primi mesi di Arrigo Sacchi al Milan (anche lui firmò un contratto annuale, come Sarri al Napoli)

I primi mesi di Arrigo Sacchi al Milan (anche lui firmò un contratto annuale, come Sarri al Napoli)

Nel corso della stagione 1986-87 il Parma vince in trasferta soltanto due gare, entrambe in Coppa Italia, entrambe per 1-0, entrambe a San Siro contro il Milan. Alla prima delle due sconfitte, giunta il 3 settembre 1986 per mano di Fontolan, il pubblico milanista non reagisce benissimo: si canta “Liedholm, Liedholm, vaffanculo” e un altro coro, dal contenuto simile ma sull’aria di “Fra Martino”, è dedicato ad Agostino Di Bartolomei. I rossoneri si qualificano comunque per gli ottavi di finale, dove trovano di nuovo gli emiliani, guidati da quell’Arrigo Sacchi di cui si parla bene già da un po’. Il giustiziere, questa volta, è niente meno che Mario Bortolazzi.

In attesa della gara di ritorno sui giornali si cominica a parlare di Sacchi come del possibile prossimo allenatore del Milan: Galliani fa appena in tempo a smentire prima che Berlusconi confermi: “Galliani si è incontrato con lui nei giorni scorsi, ricavandone un’ottima impressione”. Arrivano quindi due sconfitte in campionato (Sampdoria e Avellino), l’esonero di Liedholm e lo 0-0 a Parma con Capello in panchina, seguito da una cena al ristorante Charlie, dove i vertici del Milan discutono con Sacchi della squadra da allestire in vista della prossima stagione e Berlusconi intrattiene una tavolata di agricoltori di Codogno parlando loro dei futuri rossoneri Van Basten e Gullit.

Di famiglia benestante (a ventuno anni ha già la Porsche!), non esattamente un campione come calciatore (il punto più alto della carriera è un’apparizione col Baracca Lugo), Sacchi comincia da giovane a girare l’Europa per vendere le scarpe prodotte dall’azienda del padre, approfittandone per osservare da vicino il calcio di tutto il continente. Europei, infatti, sono i riferimenti dell’allenatore di Fusignano quando, dopo uno scudetto Primavera con il Cesena ed esperienze alla guida di Rimini e Parma, arriva a Milano: “Ecco che cosa differenzia una partita di fuoriclasse quarantenni da una di giovani: la velocizzazione. Penso alle finaliste delle coppe: l’Ajax, il Dundee, il Goteborg, lo stesso Porto, che pure cura più le sovrapposizioni che gli scatti. Malgrado siano stati depauperati dei loro giocatori migliori, i concetti e la professionalità li hanno fatti rimanere ai vertici”.

Sacchi firma un contratto annuale, ma è opinione diffusa che non arriverà a mangiare il panettone. C’è diffidenza nei suoi confronti, si dice che sia presuntuoso e chiacchierone, che voglia abolire i cappuccini e convocare allenamenti alle 5 del mattino; in passato si era scritto addirittura che fosse violento e picchiasse i giocatori. Lui stesso arriva a Milanello un po’ intimorito, allarmato dai racconti sui giocatori che dovrà allenare. Niente drammi, però: l’uomo che sta per scrivere pagine di storia del calcio ammette di essere pronto anche ad abbandonare la carriera di allenatore, se le cose non dovessero andare bene.

La ricetta per riportare il Milan in alto è semplice: “Con le gambe e con la testa. I giocatori sono come macchine di formula uno, belle e delicate. Una volta la Mille Miglia si vinceva viaggiando a cento all’ora, oggi la gente si addormenterebbe… I giocatori erano veloci anche vent’anni fa, è l’organizzazione di gioco ad aver assunto ritmi sempre più alti”. La campagna acquisti è di tutto rispetto: arrivano, oltre ai due olandesi, due difensori ventiquattrenni dal Parma, Roberto Mussi e Walter Bianchi (quest’ultimo fedelissimo di Sacchi, che lo ha allenato anche a Rimini dopo averlo incontrato a Cesena), che teoricamente dovrebbero prendere il posto di Maldini e Tassotti. Torna dal prestito al Parma Mario Bortolazzi, arrivano il capitano della Roma Carlo Ancelotti e, dall’Udinese, Angelo Colombo.

I giocatori del Milan, inizialmente, non sono entusiasti dei metodi sacchiani. Baresi e Virdis, perplessi dopo i primi giorni di ritiro, chiedono a Bianchi come possa aver resistito sette anni con un tipo simile. Carlo Ancelotti che, sapendo di dover essere ceduto, non si è allenato nell’estate, lo reputa matto: “Ero in condizioni pietose, la prima preparazione con Arrigo è stata terribile, i suoi metodi erano totalmente innovativi. Se prima potevi a dire che nel lavoro c’era un’intensità pari a venti, a Milanello l’intensità era cento. Una differenza abissale, una fatica tremenda. Il terrore di tutti noi erano le scale che portavano alle stanze, non riuscivamo più a farle, ci veniva da piangere. Un calvario, sembravamo un gruppo di zombi”.

I primi risultati sembrano dar ragione ai critici del nuovo tecnico rossonero. Dopo la vittoria a Pisa nella prima giornata di campionato, il Milan, nel giro di cinque giorni, perde in casa con la Fiorentina e quindi a Gijon, nell’andata dei trentaduesimi di finale di Coppa Uefa: una trasferta complicata, con la polizia spagnola che carica selvaggiamente la tifoseria rossonera e Berlusconi e Galliani che seguono la partita in curva, mescolati ai sostenitori del Milan. Gli asturiani vincono 1-0 con gol di Jaime.

Il pareggio a reti inviolate con il Cesena non fa che aumentare i dubbi sul Milan; arrivano quindi due vittorie, nel ritorno contro lo Sporting Gijon (3-0 a Lecce) e in casa contro l’Ascoli, ma questo ancora non basta a mettere a tacere le critiche della stampa e soprattutto di un difensivista convinto come Gianni Brera, che definisce Sacchi “apostolo soggiogato da visioni celesti“. Il momento peggiore arriva il 21 ottobre, quando è in programma l’andata dei sedicesimi di Coppa Uefa contro l’Espanyol.

Ancora una volta il Milan deve giocare la gara interna al Via del Mare di Lecce, a causa della squalifica inflitta dall’Uefa in seguito ai disordini di Milan-Waregem. Sacchi schiera una formazione decisamente offensiva, con Van Basten, Gullit e Virdis in campo fin dall’inizio, ma i catalani, quartultimi nel campionato spagnolo, dominano e vincono con le reti di Zubillaga e Pichi Alonso. Il pubblico fischia, contesta, un gruppo di tifosi urla a Sacchi di tornare al Parma e invoca il nome di Fabio Capello. I giocatori, Van Basten in testa, hanno facce tristi. Per Berlusconi è una “sconfitta incredibile”. Si dice che l’allenatore sia appeso ad un filo;  che i giocatori, stanchi di allenamenti massacranti che non portano a grandi miglioramenti, vogliano liberarsene.

Si narra che, tra la sconfitta di Lecce e la successiva trasferta a Verona, Berlusconi, che a quell’epoca passa molto tempo a Milanello, faccia presente alla squadra l’intenzione di voler continuare fino a fine stagione con Sacchi: “Lui resta, voi non so”. La domenica i rossoneri battono l’Hellas e l’autore del gol vittoria, Virdis, è sicuro: “Vinceremo lo scudetto o la Coppa Uefa“.

Per l’Europa è ormai troppo tardi, al Sarrià di Barcellona non si va oltre lo 0-0, ma Verona segna una prima svolta in campionato. Anche i giocatori più perplessi cominciano a prendere sul serio il nuovo coach e, nonostante la sconfitta a tavolino in casa contro la Roma, si comincia a credere nello scudetto. Qualche settimana dopo, il 3 gennaio 1988, il Milan batte il Napoli 4-1 con una prestazione da applausi e un Gullit in grande forma (“Tanti Augullit” scrive il Guerin Sportivo) candidandosi seriamente al ruolo di rivale dei partenopei e diventando finalmente il Milan di Sacchi.

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